sabato 3 gennaio 2009

Essere Diacono tra i reclusi ma non esclusi

(Articolo pubblicato sulla Rivista
Il Diaconato in Italia gennaio- febbraio 2012)


Sono un diacono della diocesi di Napoli, è da circa quattro anni vivo una parte del mio ministero come assistente volontario nella Casa Circondariale di Secondigliano, facendo colloqui e/o catechesi.
Questa esperienza mi arricchisce sia spiritualmente che moralmente perché mi permette di vivere insieme ai reclusi il loro senso di abbandono e di rifiuto della comunità.
Premetto che chiunque di noi commette un reato contro il patrimonio sociale o contro le persone, è giusto che trascorra un periodo di “riflessione” sull’errore commesso, questo percosso deve essere sempre vissuto nel rispetto della dignità della persona, senza che essa perda la propria identità.
Ho avuto modo in questo periodo di conoscere vari reclusi, per diversi reati e di frequentare vari reparti della Casa Circondariale dall’infermeria centrale al CDT.
In questo periodo seguo i reclusi del settore “T2”, questo settore ospita tutti coloro che durante il periodo di reclusione devono vivere un periodo di isolamento. Questi uomini dialogano con pochissime persone selezionate ed ora mi ritrovo a condividere le loro esperienze, le loro situazioni familiari e soprattutto il perché si ritrovano reclusi. Tra le tante vite sento il dovere morale di raccontarne una.
Un giorno conobbi un giovane di circa venticinque anni, recluso perché stava scontando una condanna per rapina a mano armata più un residuo di pena per spaccio di stupefacenti.
Parlando con lui del perché l’uomo arrivi a compiere un tale gesto mettendo a repentaglio la vita di un altro essere umano, ha iniziato a raccontarmi la sua infanzia. All’età di sei anni, mentre tutti i bambini venivano accompagnati a scuola dai genitori con il loro zainetto nuovo, lui nello zainetto insieme ai quaderni aveva la droga, era un “corriere”.
Col passare del tempo insieme ai suoi anni crescono le sue “responsabilità”, lo zainetto adesso conteneva armi. I suoi unici amici erano spacciatori, tossicodipendenti, prostitute e rapinatori, di li a poco abbandonò la scuola … cosi la vita ha continuato a scorrere arrivando alla casa circondariale.
Ho raccontato volontariamente di questa vita perché ritengo che l’istruzione sia un elemento fondamentale per la crescita e la formazione delle persone, senza la cultura e la conoscenza l’uomo in quanto tale diventa uno strumento nelle mani di tutti coloro che non vogliono che gli uomini crescono e diventino liberi.
La libertà la si acquista con la conoscenza, impegniamoci tutti affinché i bambini abbiano la possibilità di crescere in una società che pone al primo posto la “cultura”, concludendo condivido con voi un pensiero del teologo David Maria Turoldo “Non c’è salvezza per l’uomo se prima non si salva il bambino”.
In Cristo
Diacono Sebastiano Mazzara

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