martedì 11 novembre 2008





              Incontri di Spiritualità per Diaconi e aspiranti





Padre Giulio Michelini


Anno 2010-2011








Spiritualità: lezione N°1 del 10 ottobre 2010

Monteripido - Anno 2010-2011







Il cammino di preparazione al diaconato tiene conto di due luci: quella che riguarda il servizio ecclesiale e quello che riguarda la vita familiare che è il primo sacramento a cui voi siete legati.

Il primo anno abbiamo insistito sul servizio e sull'obbedienza (Mosè), l'anno passato abbiamo insistito sulla coppia e la vita familiare.

Ma questo di spiritualità non è l'unica proposta formativa, perchè sapete che avete un altro cammino da fare che è quello della preparazione al servizio liturgico. Ieri ero a Sapri perchè un mio confratello, Massimiliano, ha ricevuto l'ordinazione diaconale e ha ricevuto per prima cosa, subito dopo la consacrazione, il libro dei Vangeli, primo servizio del diacono che riceve la Parola e deve poi ridonarla, poi ha ricevuto i vasi sacri, calice e patena, e dunque è chiaro che il diacono svolge il servizio liturgico e poi assieme a questi c'è la carità. Questo cammino si svolge qui a Monteripido secondo il calendario che vi darò. L'unica novità è che i nostri incontri ci saranno la domenica pomeriggio alle ore 15,30, mentre quelli di liturgia con Don Antonello ci saranno il sabato sempre alle 15,30.

Su che cosa verterà il corso di spiritualità di questo anno? Il diacono discepolo nella Chiesa.

Mi sembra un tema importante quello del discepolato, perchè il discepolato è una categoria inclusiva e non esclusiva e quindi è condiviso anche dal coniuge.

Questo percorso ha una dimensione condivisa nella coppia, ma ha anche una dimensione personale. Il tema di questo primo incontro è: il discepolo di Gesù come colui che segue e che sta con il maestro. Seguirà Maria prima e perfetta discepola dal Signore, poi il diacono dalle lettere pastorali, poi il discepolo e dei discepoli, il discepolo particolare che è Pietro e così via...

Credo che questo tema del discepolato possa aiutarvi perchè tutti corriamo un rischio, io per primo. Io insegno da nove anni Sacra Scrittura e il mio compito è soprattutto quello di stare davanti alla Parola del Signore cercando di capirla e di spiegarla e il mio rischio è quello di mettermi davanti a Gesù, cioè di precedere la Parola e perdere la dimensione del Discepolo.

Perchè dico questo? Il diacono può pensare di essere arrivato e può pensare di essere esente dall'essere discepolo.

La prima dimensione del discepolo è quella dell'essere l'alunno , il discepolo è colui che impara da un maestro che è Cristo. Io parlo in maniera autobiografica: quando uno sta in cattedra perchè ha un compito ed esercita un ruolo in qualche modo di governo in un gruppo, come quello che ora sto svolgendo per incarico del vescovo e di Don Pietro che mi ha chiesto di fare questo servizio, non deve mai dimenticare quello che stiamo dicendo ora: stare in cattedra nella Chiesa comporta davvero lo sforzo, che si deve fare da parte di tutti noi che siamo in prima linea, di ricordare quella che è la nostra vera posizione. La nostra posizione è quella dove state tutti voi, al mio posto c'è Gesù, lui è il maestro, noi tutti siamo suoi discepoli. Questa sottolineatura è quanto mai opportuna, perchè l'acquisizione di un ministero e l'investitura di questo compito può comportare anche il vantare dei diritti e dei privilegi. Al termine dell'ordinazione a cui ho partecipato ieri, ricordo che, quando il nuovo diacono ha ricevuto la stola e la dalmatica, gli applausi, la gloria e tutte queste belle tradizioni e dovuti segni di gioia e di partecipazione della Chiesa, potrebbero anche generarsi sentimenti di autoglorificazione e di presunzione in colui che ha ricevuto questi segni. Essere discepolo significa ricordare sempre che tu sei discepolo in quanto alunno. Il tema, che amplifico e aggiusto per le nostre esigenze, è tratto da un libro molto bello di Mario Masini, che è un bravo biblista, che si intitola "Spiritualità biblica" edito da Paoline, che ha un capitolo che si chiama "Discepoli di Gesù", una lettura spirituale della Bibbia per cogliere alcuni aspetti spirituali di questi temi biblici. Questo capitolo dei discepoli di Gesù inizia proprio così:

"Come spesso avviene, un'escursione nella filologia, cioè nel significato storico della parola, aiuta a meglio comprendere ciò che i termini significano e insegnano. Infatti i termini fissano un'esperienza. Il termine greco usato nel N.T., usato abitualmente, per designare il discepolo è "matetes". Il verbo è "mantano" che significa "apprendere", "imparare". Il discepolo è colui che deve imparare, apprendere sempre qualcosa.

Alcuni esegeti hanno notato che il primo vangelo, quello di Matteo, sia il vangelo del discepolo nella Chiesa perchè in greco "Mattaios" è molto vicino a "matetes", c'è un'assonanza tra i due termini e il Vangelo del discepolo, il nome di Matteo ricorda questo. Anche perchè il Vangelo di Matteo, unico tra gli altri, è quello che termina con Gesù che dice: "Fate discepoli tutte le genti" Matteo 28. Il discepolo è un apprendista, è colui che deve imparare il mestiere quando frequenta una bottega, dice Martini, se frequenta una scuola è uno studente. Quindi la figura del discepolo, anzitutto, prima di essere colui che segue, questo lo vedremo dopo, la figura del Discepolo è quello dell'alunno che acquisisce da un maestro determinate conoscenze. Il discepolo non è un'autodidatta, non impara da solo, perchè c'è la figura dell'autodidatta, ci sono esperienze rabbiniche, ma sono casi unici, perchè la norma è stare con un maestro. Proprio per capire questo e dire che cosa implica la relazione con la sposa questo tipo di discepolato e sottolineare che il discepolo è anzitutto colui che si mette alla scuola, dobbiamo ricordare che, nel mondo giudaico, cioè nel mondo dove Gesù è vissuto e ha avuto discepoli, in questo mondo, già con Gesù e prima di lui, apprendere la Torah significava apprenderla da un maestro. Il discepolo si poneva alla scuola di un rabbi e assorbiva avidamente i suoi insegnamenti. E' vero che i primi rudimenti della Torah si imparavano in famiglia, come dice il libro del Deuteronomio, (Dt 6: "Queste parole li insegnerai ai tuoi figli"), attraverso questa comunicazione, che funziona di più, è il papà che trasmette la fede con l'insegnamento e con la vita, ma poi bisogna andare da un rabbino. Oggi molti si domandano se Gesù abbia potuto frequentare, anche Egli a suo tempo, una scuola organizzata presso un rabbino per approfondire la Torah. E' molto probabile questa ipotesi perchè ci sono accanto alla sinagoga, per esempio a Cafarnao, delle scuole, delle case di studio, cioè la Bet-midrash, dove il rabbino insegna la Torah.

Molti pensano così, altri pensano che la sua formazione l'abbia avuta da Giovanni Battista che, essendo di famiglia sacerdotale, ha sicuramente avuto un'educazione alla Torah speciale. E' chiaro che nel N. T. Gesù è chiamato "rabbi", cioè "maestro", e dunque il "rabbi" è colui che dava gli insegnamenti che venivano assorbiti con avidità dallo studente, il quale si metteva davvero ai suoi piedi per imparare quello che il maestro diceva.

In genere il maestro doveva essere uno solo. " Uno solo è il maestro" dice la Scrittura. Nella tradizione giudaica chi studia da più maestri è visto negativamente. Da noi è un po' il contrario; per noi chi ha avuto la possibilità di avere più approcci, chi ha avuto la possibilità di frequentare più università, più corsi di laurea è visto come un arricchimento ulteriore e quindi è visto positivamente. Invece, secondo un detto rabbinico, colui che ha avuto un solo maestro è come colui che, possedendo un unico campo, vi semina in una parte frumento e in un'altra parte olive, in un'altra querce, cioè tutto quello che gli serve e chi agisce così si troverà felice e pieno di benedizione. Invece chi studia con due o tre maestri è come colui che, avendo più campi, pianterà in uno oliveti, in un altro grano.... e si troverà come colui che si perderà tra le sue terre e sarà privo di felicità e benedizione. Ecco perchè chi ha Gesù come maestro ha questo solo maestro e Gesù dà la possibilità di imparare in modo intellettuale e completo.

Sottolineiamo questi due aspetti. Parto dal secondo: l'insegnamento che si intende, nel rapporto tra discepolo e maestro, non è solo un insegnamento teorico, ma pratico, che ha a che fare con lo stare con il maestro e concretamente imparando da lui, condividendo la vita con il maestro, non soltanto quando segue le sue lezioni. Questo lo capiamo tutti, perchè una cosa è entrare in un'aula per una lezione e avere la pazienza di ascoltarla e anche la costanza di stare attenti, ma se il professore se ne va allo squillare del campanello, la relazione si ferma lì dentro ed è semplicemente una relazione fondata sull'obbligo, sullo stipendio e sul dover dire le trame da parte dello studente. Invece quando si crea una relazione diversa con la quale ci si lega anche affettivamente, non soltanto perchè ti dà delle nozioni, ma perchè è il tuo maestro, allora la relazione cambia. Ed ecco perchè la pretesa di Gesù che questo maestro venga poi seguito. Su questo insisterò dopo, se avete letto il libro di Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, il papa dedica la prima parte della sua analisi del rapporto tra il giudaismo e il cristianesimo evidenziando che il maestro Gesù ha delle pretese nei confronti dei discepoli che, secondo questa impostazione, non avevano nel guidaismo. Il maestro è colui che ha con il suo discepolo una familiarità che viene da un'esperienza comune. Questo è interessante perchè sul piano linguistico la parola che indica il maestro e l'alunno derivano dalla stessa radice che è "lamarte", Talmud è invece l'insegnamento. Quindi c'è una relazione che lega il maestro al discepolo che non è fatta solo di insegnamenti, ma di una vita che viene comunicata.

Essere discepolo non vuol dire apprendere nozioni, ma fare esperienza. Questo porta a noi delle conseguenze pratiche: il cammino che fate in maniera del tutto speciale nella Chiesa per diventare diaconi discepoli nella Chiesa, non deve farvi mai presumere diaconi senza essere discepoli in questa visione di condivisione con il maestro. Il discepolo con il suo maestro ha anche un obbligo di riconoscenza e c'è un detto molto bello della tradizione giudaica del III secolo dove Rabbi Gioshuà insegnava dicendo: "Un discepolo deve rendere al suo maestro tutti i servizi che uno schiavo deve rendere al suo padrone, eccetto quello di slegargli i sandali". Infatti questo servizio, che era proprio degli schiavi, l'avrebbe fatto sentire come uno schiavo. Il discepolo non è uno schiavo, ma un uomo libero. Quindi il discepolo deve essere disponibile a fare per il maestro tutto quello che farebbe lo schiavo, tranne quello di slegargli i sandali.

Forse é da questo che trae origine quella Parola nel vangelo di Giovanni dove Gesù dice ai suoi discepoli: "Voi non siete servi", ma "siete amici". C'è una differenza: anche se i discepoli avranno fatto a Gesù tutto quello che dovevano, lo avranno servito, lo avranno aiutato, avranno comunque verso di lui un debito di riconoscenza. Pensate che nella tradizione giudaica il rabbino teneva i suoi discepoli nella sua casa fino al medioevo. Abbiamo a questo proposito l'esempio di Rashi che aveva la sua casa a Pois. Rashi era il più grande esegeta Ebraico, il più grande studioso della torah del medio evo, di pochi anni precedente a san Francesco, lui aveva a casa sua un centinaio di discepoli a cui doveva dar da mangiare, ma loro lo aiutavano a coltivare la vigna perchè lui aveva un bel vigneto e si guadagnava da vivere in questo modo. Dunque la relazione che possiamo immaginare ci fosse tra discepoli e maestro nell'antichità si conserva anche nel giudaismo medioevale al punto che i discepoli erano tenuti anch'essi a stare in casa e ed aiutare il proprio maestro e quindi pagarsi gli studi. Se vedete il film Yentl con Barbara Streisand, potrete capire che cosa volesse dire stare con un maestro di talmud. Ma naturalmente essere discepolo in quanto alunno, studente, sotto questo punto di vista significa impegnarsi a conoscere la parola del proprio maestro e a capire la torah. In fondo perchè i discepoli andavano con il proprio maestro? Perchè volevano questo da lui: volevano imparare a conoscere la Torah, ed è qui che io insisto con quella immagine che vi ho già annunciato e che vi ricordo: il gesto che durante l'ordinazione diaconale, subito dopo la consacrazione, il gesto con il quale il Vescovo dà il libro dei Vangeli al Diacono, dice proprio questo, di un libro che deve essere continuamente ricevuto, che non può essere chiuso, pena farlo morire, ma che deve essere letto, studiato, imparato come si imparava con Gesù ad interpretare la Torah.

Quindi dico due cose, la prima che tratta la tradizione Gesuana e cioè che Gesù insegna ai suoi discepoli nel discorso della montagna. (Mt 5, 1-2) C'è un incipit che è molto caratteristico della tradizione giudaica: Gesù sale sul monte, si mette a sedere, i discepoli si avvicinano a Lui e lui si mise a parlare e insegnava loro dicendo.... Ecco questo è il tipico atteggiamento del Rabbi: è seduto e insegna mentre i discepoli ascoltano seduti accanto a Lui e ascoltano. E che cosa fa Gesù? Fa quello che ciascun Rabbi avrebbe fatto. Il vangelo di Matteo sottolinea molto questa dimensione di Gesù maestro e sopratutto di colui che interpreta la Torah e la spiega, e dice per esempio nelle cosiddette antitesi: "Vi fu detto, ora (io traduco così) ecco ora io vi dico così" (che cosa significa questa Torah? Significa così.). Cosa fa Gesù? Spiega la Parola e i suoi discepoli la capiscono e dunque imparano a conoscere la parola grazie alla sua spiegazione. Il libro viene ricevuto non solo perchè è chiuso diremmo, come quando si riceve un pacchetto, un regalo ed è chiuso, impacchettato, Gesù, quando dà questo dono, lo dà e lo apre, lo spiega. Guai se fosse soltanto un libro chiuso che viene preso e tenuto sul comodino o sul cassetto, ma ancora qui c'è la sottolineatura di una relazione di chi continuamente te lo apre e tu lo ricevi e capisci quello che il Maestro ti dice. Allora la domanda sorge spontanea sopratutto per i Diaconi che sono già ordinati, già "arrivati", ma anche per quelli che sono vicini al cammino di consacrazione. Cioè mi posso chiedere: "Adesso dove ricevo io questo libro? Prima avevo la scuola di teologia, avevo gli incontri, avevo delle tappe dentro il "tunnel" (gli psicologi che hanno studiato noi seminaristi hanno trovato questa categoria del "tunnel" per dire di questo percorso di formazione presbiterale che è molto più serrato di quello che voi fate, cammino dove si è protetti, perchè questo tunnel, per 5 o 6 anni ha una serie di tappe, di passaggi, di continue verifiche di apprendimento, solo nell'istituto teologico si hanno circa 80 esami!) Ma quando si esce dal tunnel? Lì c'è il problema, quando si esce dal tunnel crollano le vocazioni perchè sono finite le verifiche, perchè uno si sente sacerdote, perchè uno pensa di poter fare quello che prima non faceva, ma sopratutto perchè uno si sente di non dover più imparare nulla e di non dover essere più discepolo! Allora la domanda è per me, ma anche per noi tutti, non è che il mio essere discepolo è semplicemente in funzione di acquisire qualcosa e poi sentirmi maestro?

Concludo con un'idea, è difficile mettere l'idea di Gesù davanti alla propria. Questo vuol dire accogliere che il tuo Maestro abbia ragione anche quando tu pensi in modo diverso. E' vero che Gesù ha un detto molto importante in cui pare che Lui abbia capito questa dinamica e spinga i propri discepoli ad andare avanti con coraggio e dice: "il discepolo poi che è ben preparato diventerà anche come il proprio maestro" e dunque si tratta di un atto di fiducia, Gesù dà l'autorità ai suoi. Non dice come quei maestri che dicono, imparate, studiate ma tanto non capirete mai! Io avevo al Biblico un professore che diceva. "spiegherò una cosa, ma voi non la capirete..." il giorno dopo diceva: "oggi spiegherò delle cose, ma forse sono troppo difficili per voi.. " il terzo giorno non ci sono più andato ed ho cambiato esame. Gesù non dice questo, ci incoraggia, per noi il rischio è quello di pensare di mettersi al posto suo e di aver esaurito, con l'ordinazione, con la fine del cammino, il processo che ti rende discepolo.

Volevo insistere, e concludo questa parte, sulla dimensione intellettuale e anche sulla relazione che la sposa ha con il proprio marito impegnato negli studi. Qui mi avvalgo, come spesso accade, perchè è un molto molto bello e perchè apprendiamo molte cose e in particolare quelle che riguardano Gesù, mi giova parlarvi di un famoso Rabbino il quale non era molto istruito, però, improvvisamente, ad età molto avanzata, anche se non sapeva leggere, cominciò ad appassionarsi della Torah e a diventare talmente bravo che gli succede questo. A quaranta anni comincia a studiare la Torah, dunque nessuno pensi che sia mai tardi. Probabilmente lui non sapeva nemmeno leggere il testo. E' rabbi Akiba, uno dei rabbi del secondo secolo, poi ha combinato un mezzo disastro perchè Rabbi Akiba ha riconosciuto un messia che non era il messia, siamo ai tempi della seconda rivolta giudaica, lui si sbaglia e lo incorona, lo investe, lo unge messia (Gesù c'era già stato e non era stato accolto da tutti). Akiba era un pastore e guidava il gregge di un signore molto ricco che aveva una figlia molto bella, lei si innamora di lui e vedendo che lui (Rabbi Akiba) era molto umile e distinto gli fece questa proposta: "Ma se io ti sposassi, tu andresti a studiare?", quindi è lei, la sposa futura, la ragione dello studio di Rabbi Akiba che era un pastore fino a 40 anni. Lui aderì alla richiesta della ragazza e si fidanzarono. Questa giovane donna aveva capito che suo padre non avrebbe mai accettato come suo genero un uomo che non fosse alla sua altezza. Allora lui per mezzo di lei andò a studiare, però il padre lo seppe, cacciò la figlia dalla propria casa e la escluse dall'eredità perchè aveva sposato un pastore. La figlia però si sposò con Akiba e gli disse: "Ora va' a studiare". Egli infatti per dodici anni frequentò le scuole di Rabbi Eliezer e di Rabbi Joshua e alla fine di quel periodo tornò a casa, dove lo aspettava la moglie, seguito da una schiera di dodicimila studenti. Anche sua moglie volle andargli incontro, e le vicine le dicevano: "Fatti prestare un bel vestito perchè sta tornando tuo marito con dodicimila talmudin (studenti)" e lei rispondeva: "Il giusto conosce l'anima della sua bestia (Pr 12,10)", cioè dice: "non ho bisogno di vestirmi bene!".

Quando essa gli giunse vicino, si inchinò a terra e gli baciò i piedi. I discepoli tentarono di allontanarla, perchè era una donna, e Rabbi Akiba disse a loro: "Lasciatela, quello che io sono e quello che voi siete è a lei che lo dobbiamo". Quando il padre di lei seppe che un personaggio ragguardevole era arrivato con dodicimila discepoli pensò: "Voglio andare da lui, voglio sapere chi è", venne infatti e Rabbi Akiba gli disse: "Se tu avessi saputo che il marito di tua figlia sarebbe stato un uomo illustre l'avresti esclusa ugualmente dall'eredità? Ebbene sono io quell' uomo!". Allora il padre di sua moglie si prostrò a terra, baciò Rabbi Akiba e gli donò metà delle sue ricchezze. E poi la tradizione dice ancora: vi sono varie tradizioni su questa figura, forse non tutte storiche, ma si sottolinea l'amore per la Torah, soprattutto perchè si ripete che lui non aveva mai studiato fino a 40 anni e si sottolinea il fatto che ad un certo punto la moglie lo rimanda a studiare la Torah.

Volevo portarvi questo esempio molto simpatico e molto bello perché mi sembra di capire che l'amore per la Torah che deve nascere e l'amore per Dio, l'amore per Gesù e per la sua Parola che nasce nel Diacono non debba mai essere visto come concorrenziale da parte della sposa, anzi questo esempio concreto dice che la sposa quanto più sarà capace di aiutare il marito ad innamorarsi della Parola di Dio tanto più ne riceverà in contraccambio: fino a 12000 studenti che onoreranno il proprio marito e dunque anche lei. Poi dice anche che i due amori non sono tra di loro inconciliabili. Nella tradizione rabbinica vi dico che è rarissima la vita consacrata per un celibe, abbiamo delle eccezioni tra gli Esseni (ce lo dice Giuseppe Flavio), abbiamo come esempio Gesù, abbiamo Lazzaro, Marta e Maria (che qualcuno cerca di interpretare come appartenenti agli Esseni, proprio perchè non sposati, nel IV vangelo c'è la possibilità di trovare dei punti di contatto con gli Esseni), poi nella tradizione Giudaica abbiamo una testimonianza di un rabbino a cui è stato permesso di non sposarsi, però era uno stato unico perchè per l'ordinazione rabbinica bisogna essere sposati, bisogna essere capaci di generare, bisogna essere uomini e bisogna avere la possibilità di portare avanti una famiglia, altrimenti non sei un Rabbi, non puoi essere un maestro, che cosa insegni? Ma nella tradizione giudaica c'è stato un Rabbi che ha detto: "

Io amo la Torah più di una donna!" e quindi gli è stato permesso di poter essere un maestro. C'è solo quest'unico caso che si ricordi, scandaloso direi. Anche Gesù è così, anche Gesù e la sua vita celibataria ci dicono che Lui ha amato Dio e questo amore è stato davvero al primo posto, è stato per lui totalizzante. Perchè vi dico questo? Perchè si parla di questo Rabbi registrato nel Talmud, si parla di Gesù di Nazarth, si parla di qualche Esseno, ma poi tutta la tradizione, anche la tradizione neotestamentaria, ci dice che Pietro e gli Apostoli, Paolo stesso doveva essere sposato e dunque vuol dire che è possibile vivere insieme e non in modo concorrenziale l'amore per Dio e per la sua Parola, amarla, studiarla e non togliere nulla alla propria sposa. Mi sembra che Rabbi Akiba ci insegni proprio questo, ci dice che si possono conciliare queste due cose, che il tempo per la Parola deve essere trovato, perchè se non ti innamori della Parola di Dio, e rimani semplicemente innamorato della sposa, allora sarai un bravo padre di famiglia, ma non puoi anche essere Diacono.

Volevo dirvi che la prossima volta vi darò le fotocopie di questo primo incontro, quattro pagine che ho elaborato per questo incontro.

Ne diviene poi che, chi è discepolo, segue Gesù, quindi l'alunno che segue e sta col maestro.

Concludo con questa seconda immagine: seguire Gesù potrebbe sembrare stare da questa parte della cattedra, dalla parte della cattedra, invece è necessario stare sempre ai piedi di Gesù come maestro e allo stesso modo deve seguire Gesù e mai mettersi davanti a lui. Qui ricordate tutti la scena molto importante che avviene subito dopo la professione di Pietro quando Pietro, per grazia di Dio, secondo Matteo, riconosce che Gesù è il Messia e il Figlio del Dio vivente. Gesù annuncia per la prima volta (delle tre) la sua passione, e ricordate (Mc 8, 32) Gesù viene preso in disparte dal suo discepolo (dedicheremo a Pietro una meditazione particolare perchè Pietro è un discepolo particolare che poi diventa il maestro da seguire), lo rimprovera. Qui Marco usa dei segnali molto importanti per quanto riguarda la prossemica cioè lo studio delle distanze, una parte della linguistica che si occupa del linguaggio anche dei corpi. Gesù si volta a guardare i Discepoli, rimprovera Pietro e gli dice: "Vieni dietro a me!". Qui è bene che sia chiaro perchè non è "vade retro, satana!" allontanati da me", perchè Mc 8,32 nella versione precedente veniva tradotto dalla CEI con "allontanati da me satana". Cosa vuol dire? Vai via! Come quando i Santi, secondo l'agiografia medievale vedono il demonio gli dicono "vai via, allontanati satana!", ma questa traduzione era alquanto imprecisa, infatti è stata corretta. San Gerolamo traduce "upage opiso mu" con vade retro, cioè vieni retro, ma che è stato inteso poi nelle lingue volgari con: "vattene via", infatti la CEI ora traduce: "va dietro a me", forse sarebbe stato meglio dire "vieni dietro me". Comunque il centro di questo discorso è la preposizione otis che vuol dire dietro, e viene usata da Gesù quando dice. chiunque vuol venire dietro, e quindi il discepolo è colui che segue e non è mai colui che si mette davanti pensando di poter dire al maestro quello che deve fare.

E' chiaro che qui Pietro non viene cacciato da Gesù, anche se è satana, anche se lo ha tentato, anche se vuole in questo modo dividerlo dal progetto del Padre. Assatan è l'avversario in ebraico, anche se Pietro in questo momento sta diventando suo avversario, Gesù non gli dice "vattene", Gesù non lo dice a nessuno, nemmeno a Giuda, anzi lo ha chiamato amico, non gli dice "vai via", gli dice però: "Mettiti dietro". Questa preposizione è molto importante, viene ancora tradotta male dalla CEI in un altro passo, purtroppo in Giovanni quando il Battista dice "viene uno dopo di me", ebbene io tradurrò per la traduzione che sto facendo: "viene uno dietro a me", perchè opiso ha sopratutto il senso spaziale, e questo è uno degli elementi più importanti che abbiamo per dire che Gesù è stato un discepolo di Giovanni: viene uno dietro a me che è più grande di me! Sentite, opiso non vuol dire "dopo", ma come qui, "dietro". Allora Gesù dice a Pietro di mettersi dietro, perchè davanti va lui, Gesù si volta e dice, davanti vado io! Qui Gesù ha avuto un coraggio molto importante: quello di ristabilire la relazione corretta tra Lui e Pietro.

Infine il discepolo sta con il maestro non solo per imparare, ma proprio fino in fondo, fino alla croce. In questo senso i vangeli valorizzano molto il discepolo in quanto donna, perchè sotto la croce, almeno secondo i sinottici, c'erano sotto le donne. Solo qualche decennio dopo il Vangelo di Giovanni corregge il tiro e dice che sotto la croce c'era anche il discepolo che Gesù amava.

Bene, siamo esortati, da questo che abbiamo detto, essere diacono o volerlo diventare ha come presupposto ineludibile e come caratteristica fondamentale quello di stare dietro Gesù, alunno di Gesù, stando con Lui fino alla fine.

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