questo blog è dedicato ai diaconi permanenti di Perugia,ma è aperto a tutta la Chiesa.
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lunedì 5 gennaio 2009
IL RUOLO DEI DIACONI NELLA PASTORALE INTEGRATA
(settimana 19 giugno 2011/n. 24)
LA PARROCCHIA NELLE SUE ARTICOLAZIONI OFFRE SPAZI E OPPORTUNITÀ PER UN PIÙ APPROPRIATO COINVOLGIMENTO DEI MINISTERI
IL RUOLO DEI DIACONI
NELLA PASTORALE INTEGRATA
Alcune importanti variazioni del quadro sociale ed ecclesiale (diminuzione del numero dei preti, pastorale di vicinanza, mobilità…) aprono al ministero diaconale un vasto campo d’azione, dalla cura delle piccole comunità alla convocazione domenicale in assenza del presbitero,dalla pastorale d’ambiente alla presenza in una pastorale coordinata all’interno delle unità pastorali.
(settimana 19 giugno 2011/n. 24)
In uno dei passaggi della nota pastorale della Cei dal titolo Il volto missionario delle parrocchie in Italia si legge: «Il futuro della chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l’immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini». Con questa nota – dicono i vescovi nell’introduzione al documento – «non si è voluto neanche fare una riflessione generale sulla parrocchia, ma solo mettere a fuoco ciò che è necessario perché essa partecipi alla svolta missionaria della chiesa in Italia di fronte alle sfide di quest’epoca di forti cambiamenti».1
E più avanti, parlando del segno della fecondità del Vangelo nel territorio, i vescovi sottolineano che la presenza della parrocchia si deve esprimere anzitutto «nel tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Presenza nel territorio che vuol dire sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servizio dei poveri, antichi e nuovi, premura per i malati e per i minori in disagio».2
Di questa presenza i primi responsabili sono i parroci e i diaconi ai quali – come si esprime l’episcopato italiano – bisogna affidare ambiti ministeriali, «secondo una figura propria e non derivata rispetto a quella del presbitero, nella prospettiva dell’animazione del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale».3 Vediamo alcuni di questi impegni.
I diaconi a servizio del popolo di Dio
«Nell’esercizio del suo ministero, il diacono aiuta gli altri a riconoscere e a valorizzare i propri carismi e le proprie funzioni nella comunità; in tal modo egli promuove e sostiene le attività apostoliche dei laici».4
Il rapportarsi del diacono ai laici nasce dal fatto che egli, attraverso la grazia sacramentale, è abilitato a recepire le varie necessità, facendo emergere e suscitando servizi e ministeri nel popolo di Dio. Tale posizione che vede il diacono a servizio del popolo di Dio implica che «il diacono, anche se, da un lato, appartiene al clero in quanto ha ricevuto un’ordinazione, dall’altro, condivide la vita dei laici i quali lo sostengono come appartenente a loro».5
Da questa realtà il ministero del diacono, partecipando del sacramento dell’ordine, ha tra i fedeli un’autorevolezza analoga a quella del presbitero; ma, nello stesso tempo, egli, partecipando della condizione comune del popolo, condivide e comprende i problemi di tutti, aiutando anche i presbiteri in tale comprensione. Certamente il ritmo eccessivamente dinamico e talvolta alienante che caratterizza la nostra società e le nostre comunità ecclesiali svuota della loro carica umana i contatti personali e diretti con la gente, per ridursi ad un caotico incrociarsi di rapporti secondari, senza più punti di contatto e senza possibilità di uno scambio vitale di esperienze e di collaborazione. Queste difficoltà sono oggi presenti anche nelle realtà parrocchiali, dove le comunità si avviano verso un anonimato senza volto, verso incontri prevalentemente di massa e talvolta solo formali, privi del contatto umano e personale. È una crisi di comunicazione, perché la
gente oggi non fa più riferimento alla parrocchia per ricevere una formazione adeguata. «Solo una comunità accogliente e dialogante può trovare le vie per instaurare rapporti di amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di ogni uomo. Oggi si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte. Per questo è necessario educare ad una fede più motivata, capace di dialogare anche con chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente, con i credenti di altre religioni e con i non credenti. In tale prospettiva […] è necessario che in ogni comunità l’approfondimento di una fede consapevole, abbia piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire anche alla crescita della società».6
L’unico momento nel quale il presbitero può raggiungere i suoi fedeli è quello della messa domenicale. Momento che lascia poco spazio al dialogo spontaneo e costruttivo. In questo senso il diaconato e il suo esercizio devono essere visti in relazione ad una chiesa che cresce nella consapevolezza di essere missionaria. Un impegno che deve far decollare la pastorale oltre la semplice conservazione dell’esistente, per farla aprire in maniera coraggiosa alle nuove sollecitazioni che provengono dalla società.
... nei caseggiati, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro e di studio.
Negli Orientamenti pastorali della chiesa italiana per il decennio 2010/2020, un paragrafo è dedicato alla parrocchia come crocevia delle istanze educative. Si dice nel documento che «la parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello accessibile a tutti; favorisce lo scambio e il confronto tra le diverse generazioni; dialoga con le istituzioni locali e costruisce alleanze educative per servire l’uomo. Essa è animata dal contributo di educatori, animatori e catechisti, autentici testimoni di gratuità, accoglienza e servizio. La formazione di tali figure costituisce un impegno prioritario per la comunità parrocchiale, attenta a curarne, insieme alla crescita umana e spirituale, la competenza teologica, culturale e pedagogica. Questo obiettivo resterà disatteso se non si riuscirà a dar vita ad una “pastorale integrata” secondo modalità adatte ai territori e alle circostanze, come già avviene in talune sperimentazioni avviate a livello diocesano».7
Il servizio del diacono può dare un prezioso contributo nel contesto di una pastorale improntata alla concretezza dei rapporti interpersonali immediati, in modo da consentire la “condivisione” di ogni gioia e di ogni dolore. Proprio per questo i vescovi, nel documento Norme e direttive, affermano che si «ritengono più confacenti al ministero diaconale le comunità di non grande dimensione, dove l’autenticità dei rapporti umani facilita l’esercizio della carità e del servizio». I vescovi italiani auspicano una trasformazione delle nostre comunità parrocchiali così che, «articolandosi in comunità minori, acquistino una più profonda fisionomia comunitaria, e quindi un maggior slancio nell’evangelizzazione capillare, diretta a tutti».
Da tutto ciò emerge che il diacono, come sua caratteristica di servizio, è chiamato ad animare capillarmente le comunità ecclesiali. Esigenza che in questi anni non ha dato vita, se non sporadicamente, a comunità ecclesiali “cellulari” nel senso espresso dal documento di Paolo VI Evangelii nuntiandi, in cui si dice che queste comunità «nascono dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa; dal desiderio e dalla ricerca di una dimensione più umana, che comunità ecclesiali più vaste possono difficilmente offrire...», riunendo così «per l’ascolto e la meditazione della Parola, per i sacramenti e il vincolo dell’Agape, gruppi che l’età, la cultura, lo stato civile o la situazione sociale rendono omogenei, coppie, giovani, professionisti ecc.; persone che la vita trova già riunite nella lotta per la giustizia, per l’aiuto fraterno ai poveri, per la promozione umana».8
Questa articolazione della comunità parrocchiale consentirebbe rapporti immediati, comunione di vita, testimonianza di carità. Pertanto i diaconi possono promuovere la convergenza di tutti i bisogni concreti e dei corrispondenti servizi nella comunità parrocchiale. Quindi, come il popolo di Dio, i diaconi vivono e realizzano la loro missione secondo il contesto storico concreto in cui si svolge il loro ministero.
Questa impostazione pastorale significa, inoltre, come dice papa Benedetto, promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione da realizzare nei quartieri, nei caseggiati, nelle famiglie, nelle zone territoriali più lontane dalla parrocchia, portando alla graduale trasformazione organizzativa della comunità, nella quale acquistano maggiore rilevanza le diverse componenti del popolo di Dio. La nascita di gruppi interfamiliari guidati e animati dal diacono, soprattutto mediante la lettura ed il confronto con la parola di Dio, farà emergere i diversi aspetti della vocazione ecclesiale, cioè la comunione, il servizio e la testimonianza, che dovranno poi necessariamente confluire nei consigli pastorali parrocchiali, strumenti di armonizzazione e di corresponsabilità evangelica.
Ora questa prospettiva, che vede il diacono operare a fianco del presbitero, apre varie ipotesi di servizio.
1. Il diacono impegnato come promotore della carità orientato verso i più poveri, sia che si tratti di povertà economica, morale o spirituale. Tale orientamento implica condivisione, scelta preferenziale per i più poveri che si deve tradurre in scelta di “povertà effettiva”. «La scelta preferenziale e il farsi povero non comportano soltanto l’elezione dei poveri come soggetti privilegiati dell’opera di salvezza, ma anche guardare a Dio, al mondo e alla storia dalla loro angolatura. Un Dio che comanda l’elemosina e l’aiuto ai poveri può anche piacere, ma un Dio che chiede di mettersi nella loro condizione è scomodo e provoca scandalo».
Questa preferenza si deve tradurre in una ricerca di coloro per i quali il bisogno è più urgente, quindi nel compito dell’intera comunità cristiana «di saper leggere con sapienza i segni dei tempi, nella prospettiva di quel grande orizzonte di speranza che è proposto all’Apocalisse – Io faccio nuove tutte le cose (Ap 21,5) –, immagine-guida per il 3° convegno della chiesa italiana di Palermo».10 Soprattutto i malati per i quali la sofferenza è vinta dall’amore:11 l’amore esige innanzitutto concretezza.
2. Il diacono animatore della liturgia e particolarmente delle celebrazioni domestiche della Parola deve esercitare questo servizio in modo da far ricordare che ogni espressione della vita cristiana trova nella liturgia “la sua fonte e il suo culmine”.
3. Il diacono animatore dell’azione educativa nelle sue varie articolazioni (bambini, giovani, adulti) o nelle sue varie occasioni (celebrazione dei sacramenti). Si tratta, in una parola, «di realizzare esperienze significative che richiedono di essere sostenute e coordinate. In esse i fedeli di ogni età e condizione sperimentano la ricchezza di autentiche relazioni fraterne; si formano all’ascolto della Parola e al discernimento comunitario; maturano la capacità di testimoniare con efficacia il Vangelo nella società ».12
L’esistenza di rapporti personali immediati costituisce il terreno più favorevole per un’attenzione alle esigenze delle persone e dei gruppi umani, e per dare spazio quindi alla corresponsabilità dei fedeli, nell’esercizio di servizi e ministeri diversi, in conformità dei loro carismi.
Tale esigenza è stata espressa dall’episcopato italiano fin dall’inizio della restaurazione del diaconato permanente nella chiesa italiana. I vescovi ritengono «importante che le parrocchie, articolandosi in comunità minori, acquistino una più profonda fisionomia comunitaria e quindi un maggior slancio nell’evangelizzazione capillare, diretta a tutti».13 Questa direttiva pastorale di particolare importanza trova indicazioni più puntuali sia nel documento col quale i nostri vescovi hanno deciso la restaurazione del diaconato14 che nel piano pastorale per gli anni 70 su Evangelizzazione e ministeri.15 In questo contesto bisogna ricordare le interessanti esperienze avviate in alcune diocesi d’Italia, dove la realizzazione dell’articolazione delle parrocchie in comunità ecclesiali di base ha favorito la nascita di zone di influenza territoriale chiamate diaconie.
... nelle comunità parrocchiali senza presbitero
Uno dei fenomeni dell’attuale momento storico ecclesiale è la diminuzione del numero dei presbiteri e, conseguentemente, il progressivo moltiplicarsi di comunità parrocchiali senza la presenza del presbitero. Anche se la restaurazione del diaconato nella chiesa non nasce da motivi dovuti alla scarsità di vocazioni presbiterali, i vescovi italiani, nel delineare gli spazi dove il
diacono può esercitare il suo ministero, dicono primariamente che esso si caratterizza come servizio attivo nel piano pastorale diocesano e come apertura e disponibilità per i bisogni dell’intera chiesa particolare.16 Ciò non toglie, dunque, che il diacono possa essere anche impegnato nelle comunità parrocchiali senza presbitero residente.17
Davanti a tali situazioni la Chiesa non è rimasta indifferente: sia da parte dei vescovi sia da parte delle stesse comunità cristiane si è avuta una certa preoccupazione tesa ad assicurare soprattutto la tradizione cristiana della domenica, come giorno del Signore.
Questo incontro, fondamentalmente, è la celebrazione eucaristica. Quando però non può aver luogo questa pienezza sacramentale, è tuttavia possibile incontrarsi con il Signore attraverso altre forme della sua presenza reale nella Chiesa: la parola di Dio, l’assemblea stessa dei credenti...
Una risposta in tal senso è stata data dalla Congregazione per il culto divino con la pubblicazione del Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza del presbitero.18
Si tratta in ogni caso di proporre alcune celebrazioni alternative alla messa domenicale, affermando chiaramente che l’assenza del presbitero non è una semplice questione legata alla mancanza di tempo dei sacerdoti. Da tutto ciò derivano delle conseguenze di tipo pastorale.
La prima è l’urgenza dello sforzo perché non manchi l’eucaristia ogni domenica.
La seconda conseguenza è la valorizzazione della domenica come festa primordiale. Se la domenica continuerà a dare l’impressione di essere un giorno festivo aperto a qualsiasi celebrazione, un giorno scevro di qualsiasi contenuto, ciò dimostrerà che non si è fatta una corretta pastorale della domenica come celebrazione settimanale della pasqua del Signore. 19 È precisamente questo contenuto a unire strettamente la domenica con l’eucaristia.20
La preoccupazione pastorale odierna nasce da un elemento drammatico della nostra società: la solitudine dell’uomo e l’insoddisfazione delle sue profonde aspirazioni, tra cui quelle religiose.
Nella società odierna, la domenica è minacciata, da un problema sempre più diffuso: la progressiva secolarizzazione e la crescente scomparsa della domenica come giorno festivo. È una sfida che si fa prepotente nel nostro paese.
Un apporto qualitativamente diverso al problema delle comunità che non possono celebrare l’eucaristia è dato dalla presenza del diacono non certamente perché il diacono possa celebrare l’eucaristia, ma piuttosto perché la sua presenza è presenza di un pastore della Chiesa,21 chiamato
a pascere il popolo di Dio e farlo crescere. Egli è il primo collaboratore chiamato a presiedere 22 queste celebrazioni domenicali.23
...nelle parrocchie affidate in solidum
Orientamenti e Norme sviluppa il rapporto di reciprocità e lo stretto legame tra condizione del diaconato e condizione di chiesa, tra modello di diaconato e modello di chiesa, mettendo in risalto non solo che la presenza del diaconato può favorire un cammino di chiesa più vivace e fecondo nella missione, ma anche un percorso inverso, cioè che «il diaconato può dare i suoi frutti migliori nel contesto di progetti pastorali improntati a corresponsabilità e nei quali il ministro ordinato sia chiamato ad animare e a guidare – non a sostituire – la vivacità degli impulsi che lo Spirito suscita nel popolo di Dio».24
Una rilevante conseguenza pratica viene dedotta dal fatto che il «diacono può essere impegnato anche nelle comunità... affidate in solidum ad un gruppo di sacerdoti, per la cura di quegli ambiti che sono propri del ministero diaconale».25
In questi anni stiamo assistendo ad una trasformazione della pastorale che coinvolge il volto della parrocchia che deve adeguarsi ad un mondo che cambia, senza perdere di vista la propria identità e la sua tipica originalità di “laboratorio” di prima e nuova evangelizzazione.
Quando si parla di “unità pastorali”26, si parla di un nuovo modo di rapportare la parrocchia con il territorio che la abita. È ormai riconosciuto alla parrocchia il carattere di fondamentale articolazione della chiesa e del suo ministero, per riferimento alle forme quotidiane della vita cristiana. Essa è il luogo “ordinario” della celebrazione eucaristica, sorgente e forma della comunità ecclesiale, luogo della catechesi di iniziazione cristiana. Il suo carattere “territoriale” la presenta
come “luogo” di vita cristiana, per tutti i fedeli, “casa comune” per tutti, che non indulge a criteri elitari di scelte e dedica una cura particolare a chi appare più povero, più emarginato e più lontano.
Tuttavia, il carattere “rigorosamente” territoriale della parrocchia è oggi messo in discussione dalle mutate condizioni sociali. La gente oggi vive in una mobilità sociale e in una quantità di situazioni e di ambienti che travalicano il raggio dell’azione pastorale “normale” delle nostre parrocchie.
La nascita e i motivi che hanno determinato la costituzione delle unità pastorali sono da ricercarsi: a) nella scarsità di presbiteri, quindi una congiuntura storica; b) nella necessità di promuovere una pastorale coordinata, cioè una pastorale d’insieme.
Certamente il progetto delle unità pastorali non può essere riconducibile solo al problema della diminuzione numerica dei presbiteri e, conseguentemente, della loro ridistribuzione sul territorio. La motivazione più profonda è da ricercare nell’ecclesiologia del Vaticano II che ci ha offerto una visione di Chiesa nella quale deve essere promossa e attuata la partecipazione e la corresponsabilità di tutti i fedeli, secondo il principio dell’unità di missione nella diversità dei ministeri, degli uffici e delle funzioni.
Tutto questo significa riscoprire, da una parte, la vocazione missionaria della Chiesa e, dall’altra, la comunione per una pastorale d’insieme, cioè lavorare insieme riconoscendo i carismi e i ministeri presenti nella comunità cristiana e impostando in una maniera nuova il servizio pastorale.27
Questa rinnovata visione porta necessariamente a ripensare la pastorale parrocchiale e, in particolare, il suo animatore. Si tratta in definitiva di affidare, in solido, la cura pastorale di più parrocchie o comunità cristiane situate in un’area omogenea territoriale ad uno o più presbiteri coadiuvati da diaconi, religiosi e fedeli laici.
In solidum significa che è affidata ad ogni membro del gruppo l’attività pastorale delle comunità parrocchiali interessate, attività da svolgere in comunione con tutti gli altri. Tutta la linea di azione pastorale e l’affidamento dei vari compiti e servizi saranno coordinati da un moderatore, così come viene chiamato dal Codice di diritto canonico28, colui che ha la responsabilità e informa stabilmente il vescovo.
È evidente che con le unità pastorali non si vuole affermare il superamento della parrocchia intesa tradizionalmente come “comunità territoriale”, ma si ha il superamento della sua autonomia, passando da una parrocchia chiusa in se stessa ad una comunità parrocchiale aperta, in un contesto di comunione e di coordinamento dell’azione pastorale.
Risulta quindi necessario “riequilibrare” l’azione pastorale, spostando il baricentro della parrocchia intesa in senso “autoreferenziale” (tutta concentrata all’ombra del campanile) verso la prospettiva tipicamente “missionaria”, intesa come normalità quotidiana e dimensione costante della cosiddetta “pastorale ordinaria”.
Gli ambiti di azione comune possono essere individuati nei rapporti con la società civile, le iniziative di volontariato, la pastorale d’iniziazione cristiana e sacramentale in genere, la formazione degli operatori pastorali, la pastorale giovanile. Pertanto, una delle condizioni necessarie per dare vita a tale realtà è quella di avere figure ministeriali necessarie per la vita della comunità che, collaborando, mettano a disposizione i propri doni e le proprie risorse spirituali e materiali.
Conseguentemente, si pone un problema molto delicato, cioè quello del rapporto tra i presbiteri e i diaconi. I parroci devono avere la possibilità di ripensare al proprium originario del loro ministero: dedicazione alla preghiera e al ministero della Parola. Una delle conseguenze che hanno dato origine alla scomparsa del ministero diaconale è stata proprio la difficoltà nel rapporto tra ministero diaconale e ministero presbiterale. L’esperienza concreta di modelli di comunione e di buon rapporto tra questi due ministeri ordinati può favorire certamente la promozione del diaconato nelle nostre comunità locali.
Mi piace concludere con le parole dei vescovi italiani che, parlando della dimensione missionaria dell’azione educativa, affermano, facendo riferimento ad Atti 1,8, che «è lo Spirito a formare la Chiesa per la missione, la testimonianza e l'annuncio. Grazie alla sua forza, la Chiesa diventa segno e strumento della comunione di tutti gli uomini tra loro e con Dio, manifesta l'amore fraterno da cui
ciascuno può riconoscere i discepoli del Signore (cf. Gv 13,35) e proclama in ogni lingua le grandi opere di Dio tra i popoli (cf. At 2,9-11)».29
Dunque l'azione educativa, assunta dai vescovi italiani come prioritaria per il prossimo decennio, necessita di luoghi credibili:30 anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, '"fontana del villaggio", luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane. In ognuno di questi ambiti l'apporto della qualità del ministero dei diaconi diventa una delle vie privilegiate della missione evangelizzatrice della diaconia della Chiesa.
Enzo Petrolio
sabato 3 gennaio 2009
Essere Diacono tra i reclusi ma non esclusi
(Articolo pubblicato sulla Rivista
Il Diaconato in Italia gennaio- febbraio 2012)
Sono un diacono della diocesi di Napoli, è da circa quattro anni vivo una parte del mio ministero come assistente volontario nella Casa Circondariale di Secondigliano, facendo colloqui e/o catechesi.
Questa esperienza mi arricchisce sia spiritualmente che moralmente perché mi permette di vivere insieme ai reclusi il loro senso di abbandono e di rifiuto della comunità.
Premetto che chiunque di noi commette un reato contro il patrimonio sociale o contro le persone, è giusto che trascorra un periodo di “riflessione” sull’errore commesso, questo percosso deve essere sempre vissuto nel rispetto della dignità della persona, senza che essa perda la propria identità.
Ho avuto modo in questo periodo di conoscere vari reclusi, per diversi reati e di frequentare vari reparti della Casa Circondariale dall’infermeria centrale al CDT.
In questo periodo seguo i reclusi del settore “T2”, questo settore ospita tutti coloro che durante il periodo di reclusione devono vivere un periodo di isolamento. Questi uomini dialogano con pochissime persone selezionate ed ora mi ritrovo a condividere le loro esperienze, le loro situazioni familiari e soprattutto il perché si ritrovano reclusi. Tra le tante vite sento il dovere morale di raccontarne una.
Un giorno conobbi un giovane di circa venticinque anni, recluso perché stava scontando una condanna per rapina a mano armata più un residuo di pena per spaccio di stupefacenti.
Parlando con lui del perché l’uomo arrivi a compiere un tale gesto mettendo a repentaglio la vita di un altro essere umano, ha iniziato a raccontarmi la sua infanzia. All’età di sei anni, mentre tutti i bambini venivano accompagnati a scuola dai genitori con il loro zainetto nuovo, lui nello zainetto insieme ai quaderni aveva la droga, era un “corriere”.
Col passare del tempo insieme ai suoi anni crescono le sue “responsabilità”, lo zainetto adesso conteneva armi. I suoi unici amici erano spacciatori, tossicodipendenti, prostitute e rapinatori, di li a poco abbandonò la scuola … cosi la vita ha continuato a scorrere arrivando alla casa circondariale.
Ho raccontato volontariamente di questa vita perché ritengo che l’istruzione sia un elemento fondamentale per la crescita e la formazione delle persone, senza la cultura e la conoscenza l’uomo in quanto tale diventa uno strumento nelle mani di tutti coloro che non vogliono che gli uomini crescono e diventino liberi.
La libertà la si acquista con la conoscenza, impegniamoci tutti affinché i bambini abbiano la possibilità di crescere in una società che pone al primo posto la “cultura”, concludendo condivido con voi un pensiero del teologo David Maria Turoldo “Non c’è salvezza per l’uomo se prima non si salva il bambino”.
In Cristo
Diacono Sebastiano Mazzara
Il Diaconato in Italia gennaio- febbraio 2012)
Sono un diacono della diocesi di Napoli, è da circa quattro anni vivo una parte del mio ministero come assistente volontario nella Casa Circondariale di Secondigliano, facendo colloqui e/o catechesi.
Questa esperienza mi arricchisce sia spiritualmente che moralmente perché mi permette di vivere insieme ai reclusi il loro senso di abbandono e di rifiuto della comunità.
Premetto che chiunque di noi commette un reato contro il patrimonio sociale o contro le persone, è giusto che trascorra un periodo di “riflessione” sull’errore commesso, questo percosso deve essere sempre vissuto nel rispetto della dignità della persona, senza che essa perda la propria identità.
Ho avuto modo in questo periodo di conoscere vari reclusi, per diversi reati e di frequentare vari reparti della Casa Circondariale dall’infermeria centrale al CDT.
In questo periodo seguo i reclusi del settore “T2”, questo settore ospita tutti coloro che durante il periodo di reclusione devono vivere un periodo di isolamento. Questi uomini dialogano con pochissime persone selezionate ed ora mi ritrovo a condividere le loro esperienze, le loro situazioni familiari e soprattutto il perché si ritrovano reclusi. Tra le tante vite sento il dovere morale di raccontarne una.
Un giorno conobbi un giovane di circa venticinque anni, recluso perché stava scontando una condanna per rapina a mano armata più un residuo di pena per spaccio di stupefacenti.
Parlando con lui del perché l’uomo arrivi a compiere un tale gesto mettendo a repentaglio la vita di un altro essere umano, ha iniziato a raccontarmi la sua infanzia. All’età di sei anni, mentre tutti i bambini venivano accompagnati a scuola dai genitori con il loro zainetto nuovo, lui nello zainetto insieme ai quaderni aveva la droga, era un “corriere”.
Col passare del tempo insieme ai suoi anni crescono le sue “responsabilità”, lo zainetto adesso conteneva armi. I suoi unici amici erano spacciatori, tossicodipendenti, prostitute e rapinatori, di li a poco abbandonò la scuola … cosi la vita ha continuato a scorrere arrivando alla casa circondariale.
Ho raccontato volontariamente di questa vita perché ritengo che l’istruzione sia un elemento fondamentale per la crescita e la formazione delle persone, senza la cultura e la conoscenza l’uomo in quanto tale diventa uno strumento nelle mani di tutti coloro che non vogliono che gli uomini crescono e diventino liberi.
La libertà la si acquista con la conoscenza, impegniamoci tutti affinché i bambini abbiano la possibilità di crescere in una società che pone al primo posto la “cultura”, concludendo condivido con voi un pensiero del teologo David Maria Turoldo “Non c’è salvezza per l’uomo se prima non si salva il bambino”.
In Cristo
Diacono Sebastiano Mazzara
venerdì 2 gennaio 2009
La Civiltà Cattolica-IL DIACONATO-Espressione del Servizio della Chiesa-15 Marzo 2003
La Civiltà Casttolica IL DIACONATO Espressione del sevizio nella Chiesa
15_03_2003
Pag. 1 di 5
EDITORIALE La Civiltà Cattolica 2003 I 561-569 (quaderno 3666 del 15 marzo 2003)
IL DIACONATO, ESPRESSIONE DEL SERVIZIO NELLA CHIESA
Il testo del documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) su Il diaconato: evoluzione e prospettive (cfr Civ. Catt. 2003 I 253-336), come si legge nella «Nota preliminare», è frutto di un lavoro decennale di due Sottocommissioni e della revisione della Commissione in seduta plenaria. Esso costituisce una espressione significativa della funzione dei teologi nella Chiesa, che consiste nell'«acquisire, in comunione con il Magistero, un'intelligenza sempre più profonda della parola di Dio contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla tradizione viva della Chiesa» (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, La vocazione ecclesiale del teologo [1990], n. 6). Infatti, non solo fa un esauriente excursus del passato, ma espone anche le posizioni maturate nel postconcilio, invitando a ulteriori ricerche. Da tale lavoro potrà derivare una rilettura e un rinnovamento (recreation): ossia qualcosa di nuovo, benché nella continuità di fondo con la Tradizione. Si tratta di operare secondo la legge dello sviluppo nella continuità. La storia della salvezza infatti procede e si realizza - «tende alla verità tutta intera» { Gv 16,13 ) - nel tempo e sempre creativamente, approfondendo il depositum /idei, anche in dialogo con la situazione storico-culturale.
In tal senso è significativo il sommario che apre il cap. VII, il quale invita a esaminare come i testi conciliari relativi al diaconato «siano stati recepiti e poi approfonditi nei documenti del Magistero, [a] tenere conto del fatto che il ripristino del diaconato si è realizzato in modo disuguale nel periodo postconciliare e, soprattutto, [a] prestare una particolare attenzione alle oscillazioni di tipo dottrinale che hanno accompagnato come un'ombra tenace le varie posizioni pastorali». Il documento, dopo aver ricordato che «diversi e numerosi sono gli aspetti che richiedono oggi uno sforzo di chiarificazione teologica», in quest'ultimo capitolo intende contribuire allo sforzo di chiarificazione, identificando «dapprima le radici e le ragioni che fanno dell'identità teologica ed ecclesiale del diaconato (permanente e transitorio) un'autentica quaestio disputata su determinati aspetti»; e precisando poi «una teologia del ministero diaconale che possa costituire la base comune e sicura capace di ispirarne il rinnovamento (recreation) fecondo nelle comunità cristiane». Tale rinnovamento deve essere attuato, come dicevamo, nella continuità della Tradizione. Uno stimolo su questa strada viene dal cap. II del documento, che ricostruisce scientificamente il senso di una eredità.
* * *
Il cap. II del documento sottolinea come i termini diakonein e diakonos nel Nuovo Testamento siano «molto generici». In particolare At 6,1-6 «descrive l'istituzione dei "Sette" "per il servizio delle mense". La ragione è data da Luca con l'indicazione di una tensione all'interno della comunità: "Sorse un malcontento tra gli ellenisti (egeneto goggysmos) verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana" (At 6,1». Ma - osserva la CTI - «la ragione data per la designazione dei Sette eletti (le mormorazioni tra gli ellenisti) è in contraddizione con la loro attività com'è descritta successivamente da Luca. Non sappiamo nulla del servizio delle mense».
All'epoca della Didachè (prima del 130 d. C.) «i diaconi erano responsabili della vita della Chiesa riguardo alle opere di carità in favore delle vedove e degli orfani [. ..]. Le loro attività erano senza dubbio connesse con la catechesi e probabilmente anche con la liturgia. I dati su questo argomento però sono talmente succinti che è difficile dedurne quale fosse di fatto la portata delle loro funzioni». Sant'Ignazio di Antiochia, poi, nella Lettera ai cristiani di Smirne, scrive: «Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo [segue] il Padre, e i presbiteri come gli apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la legge di Dio».
La Tradizione apostolica di Ippolito di Roma (morto il 235) «presenta per la prima volta lo statuto teologico e giuridico del diacono nella Chiesa. Egli lo annovera nel gruppo degli ordinati con l'imposizione delle mani (cheirotonein), opponendoli a coloro che nella gerarchia sono chiamati istituti. L'"ordinazione" dei diaconi è fatta unicamente dal vescovo. Tale vincolo definisce l'ampiezza dei compiti del diacono, che è a disposizione del vescovo per eseguirne gli ordini, ma che è escluso dalla partecipazione al consiglio dei presbiteri». «Riassumendo - prosegue la CTI - possiamo dire che, al di là
La Civiltà Casttolica IL DIACONATO Espressione del sevizio nella Chiesa
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del fatto dell'esistenza del diaconato in tutte le Chiese sin dall'inizio del Il secolo e del suo carattere di ordine ecclesiastico, i diaconi all'inizio svolgono dappertutto lo stesso ruolo, benché gli accenti posti sui diversi aspetti del loro" impegno siano distribuiti diversamente nelle varie regioni. Il diaconato raggiunge la sua stabilizzazione nel corso del IV secolo. [. ..Infatti il] sec. IV segna la conclusione del processo che ha condotto a riconoscere il diaconato come un grado della gerarchia ecclesiale, posto dopo il vescovo e i presbiteri, con un ruolo ben definito. Legato alla missione e alla presenza del vescovo, tale ruolo comprendeva tre compiti: il servizio liturgico, il servizio di predicare il Vangelo e di insegnare la catechesi, come anche una vasta attività sociale concernente le opere di carità e un'attività amministrativa secondo le direttive del vescovo».
Circa il ministero delle diaconesse, l'ultima sezione del cap. II afferma che «è veramente esistito un ministero di diaconesse che si è sviluppato in maniera diseguale nelle diverse parti della Chiesa. Sembra evidente che tale ministero non era inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile. Si tratta per lo meno di una funzione ecclesiale, esercitata da donne, talvolta menzionata prima del suddiacono nella lista dei ministeri della Chiesa. Tale ministero era conferito con un'imposizione delle mani paragonabile a quella con cui erano conferiti l'episcopato, il presbiterato e il diaconato maschile? n testo delle Costituzioni apostoliche lo lascerebbe pensare, ma si tratta di una testimonianza quasi unica, e la sua interpretazione è oggetto di intense discussioni. L'imposizione delle mani sulle diaconesse dev'essere equiparata a quella compiuta sui diaconi o si situa piuttosto nella linea dell'imposizione delle mani fatta sul suddiacono e sul lettore? E difficile dirimere la questione partendo dai soli dati storici».
Nel cap. III il documento esamina la progressiva scomparsa del diaconato permanente, il quale si trasforma in passaggio temporaneo verso il presbiterato, mentre nel sec. X sono del tutto scomparse le diaconesse. Infatti - osserva la CTI - la «storia dei ministeri mostra che le funzioni sacerdotali hanno avuto la tendenza ad assorbire le funzioni inferiori. Quando il cursus clericale si è stabilizzato, ogni grado possiede competenze supplementari in rapporto al grado inferiore: ciò che fa un diacono lo può fare anche un presbitero. Al vertice della gerarchia, il vescovo può esercitare la totalità delle funzioni ecclesiastiche. Questo fenomeno di concentrazione delle competenze e di sostituzione delle funzioni inferiori con quelle superiori, la frammentazione delle competenze originarie dei diaconi in molte funzioni subalteme clericalizzate, l'accesso alle funzioni superiori per gradum spiegano come il diaconato, in quanto ministero permanente, abbia perduto la sua ragion d'essere. Gli rimanevano soltanto i compiti liturgici esercitati ad tempus dai candidati al sacerdozio».
* * *
Connessi al diaconato ci sono vari problemi complessi e di non facile soluzione, che richiamiamo per cenni. Sicuramente il diaconato è un ministero antichissimo, già presente nella Chiesa apostolica, e di grande rilevanza nei primi secoli. Un secondo punto concerne il fatto che Gesù, in modo diretto, istituì solamente il Collegio apostolico. Ma già Atti 6 attesta che gli Apostoli sentono il bisogno di avere alcuni collaboratori cui affidare il servizio delle mense. Una lunga tradizione vede in questo l'istituzione del ministero diaconale, benché oggi ciò non sia universalmente accettato. E comunque fuori discussione che la Chiesa, nell'arco dei secoli, ha sempre inteso l'istituzione della pienezza del ministero sacerdotale negli Apostoli congiunta alla potestà di individuare altre funzioni particolari.
Infine sta il fatto che il diaconato, importantissimo nei primi secoli, decadde progressivamente fino a ridursi a semplice grado temporaneo del cursus clericale; e che il Vaticano II intese riproporlo come ministero permanente. Nella Lumen gentium (n. 29) «la proposizione secondo la quale si impongono le mani ai diaconi "non ad sacerdotium, sed ad ministerium" diventerà un riferimento chiave per la comprensione teologica del diaconato. Tuttavia molti interrogativi sono rimasti aperti sino ai nostri giorni per le ragioni seguenti: la soppressione del riferimento al vescovo nella formulazione accettata, l'insoddisfazione di alcuni di fronte alla sua ambiguità, l'interpretazione data dalla Commissione, e la portata della distinzione stessa tra sacerdotium e ministerium». La Commissione dottrinale del Concilio si espresse in questi termini: significanti diaconos non ad corpus et sanguinem Domini o//erendum sed ad servitium caritatis in Ecclesia.
Il documento, dopo aver esaminato il motuproprio Ad pascendum (1972) di Paolo VI, prosegue: «In conclusione: se il Vaticano II ha parlato con prudenza ed ex obliquo della natura sacramentale del
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diaconato, non è stato solamente a causa della preoccupazione di non condannare nessuno, ma piuttosto a motivo dell"'incertitudo doctrinae". Dunque, per assicurare la natura sacramentale non basta né l'opinione maggioritaria dei teologi (c'era anche relativamente al suddiaconato), né la sola descrizione del rito dell'ordinazione (che occorre chiarire alla luce di altre fonti), né la sola imposizione delle mani (che può essere di natura non sacramentale».
* * *
Come dunque dobbiamo intendere oggi questo servizio? «Quando si esaminano le statistiche disponibili - afferma la CTI nel cap. VI -, ci si rende conto dell'immensa disparità esistente nella ripartizione dei diaconi nel mondo. Su un totale di 25.122 diaconi ne11998, l'America del Nord ne conta da sola un po' più della metà, cioè 12.801 (50,9%), mentre l'Europa ne enumera 7.864 (31,3%): ciò rappresenta per i Paesi industrializzati del Nord del pianeta un totale di 20.665 diaconi (82,2%). Il rimanente 17,8% si suddivide così: America del Sud: 2.370 (9,4%); America Centrale e Antille: 1.387 (5,5%); Africa: 307 (1,22%); Asia: 219 (0,87%). L'Oceania chiude l'elenco con 174 diaconi, cioè lo 0,69% del totale. Un fatto non può non colpirci: il diaconato si è sviluppato soprattutto nelle società industriali progredite del Nord. Ciò non era stato affatto previsto dai Padri conciliari quando avevano chiesto una "riattivazione" del diaconato permanente. Si aspettavano piuttosto uno sviluppo rapido nelle giovani Chiese in Africa e in Asia, nelle quali la pastorale si appoggiava su un gran numero di catechisti laici. [...] Le statistiche ci permettono di intravedere che si è dovuto reagire a due situazioni molto diverse. Da una parte, la maggior parte delle Chiese nell'Europa Occidentale e nell'America del Nord hanno dovuto far fronte, dopo il Concilio, a una diminuzione molto forte del numero dei preti e hanno dovuto procedere a una riorganizzazione significativa dei ministeri. Dall'altra, le Chiese sorte in maggioranza dagli antichi territori di missione si erano date da molto tempo una struttura ricorrendo all'impegno di un gran numero di laici, i catechisti».
Avviandosi alla conclusione, nel cap. VII/2 il documento riafferma che «considerare il diaconato come una realtà sacramentale costituisce la dottrina più sicura e più coerente con la prassi ecclesiale. Se se ne negasse la sacramentalità, il diaconato costituirebbe una forma di ministero fondato sul battesimo; rivestirebbe un carattere funzionale, e la Chiesa godrebbe di una grande capacità di decisione relativamente alla sua instaurazione o alla sua soppressione, come pure alla sua configurazione concreta; in ogni caso godrebbe di una libertà di azione molto più ampia di quella che le è concessa sui sacramenti istituiti da Cristo. Negando così la sacramentalità, si farebbero scomparire i principali motivi che fanno del diaconato una questione teologicamente disputata. Ma tale, negazione ci condurrebbe ai margini della linea del Vaticano II. E dunque a partire dalla sua sacramentalità che si dovrà trattare degli altri problemi concernenti la teologia del diaconato».
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Per delineare una sintesi del documento possiamo ripartire da questo passaggio: «L'esercizio concreto del dia conato nei diversi ambienti contribuirà anche a definire la sua identità ministeriale, modificando, se necessario, un quadro ecclesiale nel quale il suo vincolo con il ministero del vescovo appare appena, e la figura del prete è identificata con la totalità delle funzioni ministeriali. A tale evoluzione contribuirà la coscienza viva che la Chiesa è "comunione". Tuttavia, gli interrogativi teologici relativi ai "poteri" specifici del diaconato potranno difficilmente trovare una soluzione soltanto attraverso la via pratica. [...] Così si possono osservare diverse proposte della teologia contemporanea che cercano di conferire al diaconato solidità teologica, accettazione ecclesiale e credibilità pastorale» {IV /2) .
Un elemento positivo è l'indicazione di una triplice determinazione del sacramento dell'ordine in episcopato, presbiterato e diaconato: ai primi due è collegata la presidenza dell'Eucaristia, mentre il terzo ha soltanto un accenno a una possibile presidenza liturgica {liturgia della parola, matrimonio, esequie). Ulteriore indicazione sufficientemente acquisita è la ripresentazione di Cristo capo e servo. Prezioso è anche il riferimento di tutto il sacramento dell'ordine e, in particolare, a modo suo proprio, del diaconato al bene di tutta la Chiesa {edificazione e missione), col tentativo di identificare un proprium non parcellizzato in singole direzioni {liturgia, carità, pastorale) ma sempre con uno sguardo unitario, ossia ai
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vari ambiti di organica attuazione dell'azione ecclesiale, che si avvale dei diversi elementi strutturanti l'azione della fraternità cristiana.
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La sacramentalità del diaconato va compresa nella prospettiva unitaria del sacramento dell'Ordine. La sacramentalità dell'Ordine consiste nel rendere presente Cristo che agisce nella persona del ministro che guida la Chiesa (capo), nello stile del servizio (servo) per condurre la Chiesa stessa (pastore), resa feconda con la parola e i sacramenti nel dono dello Spirito (sposo) verso i pascoli della vita eterna (escatologia), avendo compiuto la missione di evangelizzare l'umanità per l'edificazione del regno di Dio. L'Ordine, pur essendo un unico sacramento che abilita al ministero, assume diverse espressioni di attuazione del ministero stesso - episcopato, presbiterato e diaconato - non riducibili né sostituibili tra loro: agiscono in unità organica per mettere in grado la fraternità ecclesiale di edificarsi in corpo di Cristo e di compiere la missione ricevuta dallo stesso Cristo. La sacramentalità dell'Ordine trova la sua espressione fondamentale nella presidenza, a partire dall'Eucaristia, che costituisce la funzione sintetica e originante di tutta la vita e l'azione della Chiesa.
Ciascuna delle tre espressioni ne esercita con vera titolarità una esigenza: l'episcopato, con la sua presidenza dell'Eucaristia di tutta la fraternità ecclesiale diocesana, serve l'unità dell'azione dell'intero popolo di Dio che vive nella diocesi, nella diversità dei soggetti, nella varietà dei campi, nella molteplicità degli in1pegni individuati attraverso il discernin1ento pastorale comune. n presbiterato, con la presidenza dell'Eucaristia celebrata nelle molte localizzazioni della fraternità ecclesiale diocesana, serve - a somiglianza del vescovo e in unione con lui - l'attuarsi della Chiesa secondo l'esigenza e le possibilità dei diversi luoghi. n diaconato, infine, senza una presidenza dell'Eucaristia, ma a partire dall'Eucaristia presieduta dal vescovo o dal presbitero, esercita la responsabilità di mettere in opera o di curare l'attuazione {sia diretta, sia attraverso la valorizzazione operativa dei carismi e ministeri di altri) dell'azione ecclesiale nei suoi vari ambiti (prima evangelizzazione, educazione del cristiano, edificazione della fraternità ecclesiale, presenza efficace nella società) come collaboratore ordinato dell'ordine episcopale e dell'ordine presbiterale.
Ciò richiede il servizio del diaconato nelle azioni liturgiche (o in collaborazione con il vescovo e il presbitero, o per celebrazioni del battesimo, del matrimonio senza Eucaristia, esequie, celebrazioni della Parola), nelle azioni di educazione dei cristiani nella fede (itinerari catecumenali e di iniziazione cristiana, catechesi e formazione), nelle azioni di edificazione della fraternità ecclesiale (individuazione, formazione e valorizzazione dei carismi e ministeri dei battezzati, attuazione dei progetti diocesani e parrocchiali), nelle azioni di presenza nella cultura e nella società, di promozione e di solidarietà {nei molteplici campi individuati dalla evangelizzazione della cultura, dalla dottrina sociale e dalla sollecitudine verso le molte povertà).
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Il documento ricorda opportunamente e in più luoghi che la teologia del sacramento dell'Ordine ha oscillato tra le diverse immagini che esprimono la ricchezza della persona di Cristo nel voler indicare riferimenti specifici per le diverse attuazioni: capo, pastore, sposo, servo. Le prime tre sono state preferibilmente collegate con l'episcopato e il presbiterato, mentre l'ultima per lo più con il diaconato, anche se non manca - sia nelle elaborazioni teologiche sia negli insegnamenti del Magistero - il riferimento del presbiterato e dell'episcopato a Cristo servo e del diaconato a Cristo capo. In realtà, occorre recuperare il riferimento di ogni espressione ministeriale alla persona completa del Cristo, poiché le diverse caratteristiche non sono aggiuntive l'una all'altra, ma indicano un'articolazione interna e una finalizzazione dell'opera del Cristo e, quindi, di chi ne è strumento sacramentale, ciascuno, nel modo che gli è proprio, per rendere presente Cristo nella sua interezza.
Nel documento si parla spesso del diaconato permanente come la forma da recuperare e riesprimere oggi nella Chiesa. In proposito è importante richiamare quanto lo stesso documento sottolinea nella Conclusione: «Il diaconato, per il suo modo di partecipare all'unica missione di Cristo, realizza sacramentalmente questa missione come servizio ausiliario». Pur nella sua peculiarità inconfondibile, esso «mantiene, proprio in quanto tale, un legame costitutivo col ministero sacerdotale, al quale presta il
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proprio servizio (cfr Lumen gentium, n. 41). Non è un servizio qualsiasi che è attribuito al diacono nella Chiesa: il suo servizio appartiene al sacramento dell'Ordine in quanto collaborazione stretta con il vescovo e con i presbiteri, nell'unità della medesima attualizzazione ministeriale della missione di Cristo». Il catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1554) cita sant'Ignazio di Antiochia: «Tutti riveriscano i diaconi come Gesù Cristo, come pure il vescovo, che è l'immagine del Padre e i presbiteri come il senato di Dio e come l'assemblea degli apostoli: senza di loro non si può parlare di Chiesa».
Circa le diaconesse il documento fa un rapido accenno nella conclusione, rimandando al discernimento del Magistero un pronunciamento su1l'intera questione: «Per quel che riguarda l'ordinazione delle donne al diaconato, conviene notare due indicazioni importanti che emergono da quanto è stato sin qui esposto: 1) le diaconesse di cui si fa menzione nella Tradizione della Chiesa primitiva - secondo ciò che suggeriscono il rito di istituzione e le funzioni esercitate - non sono puramente e semplicemente assimilabili ai diaconi; 2) l'unità del sacramento dell'Ordine, nella chiara distinzione tra i ministeri del vescovo e dei presbiteri da una parte, e il ministero diaconale dall'altra, è fortemente sottolineata dalla Tradizione ecclesiale, soprattutto nella dottrina del Concilio Vaticano II e nell'insegnamento postconciliare del Magistero. Alla luce di tali elementi posti in evidenza dalla presente ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione».
E il documento così si conclude: «Al di là di tutti i problemi che solleva il diaconato, è bene ricordare che dopo il Concilio Vaticano II la presenza attiva di questo ministero nella vita della Chiesa suscita, in memoria dell'esempio di Cristo, una coscienza più viva del valore del servizio per la vita cristiana».
La Civiltà Cattolica
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EDITORIALE La Civiltà Cattolica 2003 I 561-569 (quaderno 3666 del 15 marzo 2003)
IL DIACONATO, ESPRESSIONE DEL SERVIZIO NELLA CHIESA
Il testo del documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) su Il diaconato: evoluzione e prospettive (cfr Civ. Catt. 2003 I 253-336), come si legge nella «Nota preliminare», è frutto di un lavoro decennale di due Sottocommissioni e della revisione della Commissione in seduta plenaria. Esso costituisce una espressione significativa della funzione dei teologi nella Chiesa, che consiste nell'«acquisire, in comunione con il Magistero, un'intelligenza sempre più profonda della parola di Dio contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla tradizione viva della Chiesa» (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, La vocazione ecclesiale del teologo [1990], n. 6). Infatti, non solo fa un esauriente excursus del passato, ma espone anche le posizioni maturate nel postconcilio, invitando a ulteriori ricerche. Da tale lavoro potrà derivare una rilettura e un rinnovamento (recreation): ossia qualcosa di nuovo, benché nella continuità di fondo con la Tradizione. Si tratta di operare secondo la legge dello sviluppo nella continuità. La storia della salvezza infatti procede e si realizza - «tende alla verità tutta intera» { Gv 16,13 ) - nel tempo e sempre creativamente, approfondendo il depositum /idei, anche in dialogo con la situazione storico-culturale.
In tal senso è significativo il sommario che apre il cap. VII, il quale invita a esaminare come i testi conciliari relativi al diaconato «siano stati recepiti e poi approfonditi nei documenti del Magistero, [a] tenere conto del fatto che il ripristino del diaconato si è realizzato in modo disuguale nel periodo postconciliare e, soprattutto, [a] prestare una particolare attenzione alle oscillazioni di tipo dottrinale che hanno accompagnato come un'ombra tenace le varie posizioni pastorali». Il documento, dopo aver ricordato che «diversi e numerosi sono gli aspetti che richiedono oggi uno sforzo di chiarificazione teologica», in quest'ultimo capitolo intende contribuire allo sforzo di chiarificazione, identificando «dapprima le radici e le ragioni che fanno dell'identità teologica ed ecclesiale del diaconato (permanente e transitorio) un'autentica quaestio disputata su determinati aspetti»; e precisando poi «una teologia del ministero diaconale che possa costituire la base comune e sicura capace di ispirarne il rinnovamento (recreation) fecondo nelle comunità cristiane». Tale rinnovamento deve essere attuato, come dicevamo, nella continuità della Tradizione. Uno stimolo su questa strada viene dal cap. II del documento, che ricostruisce scientificamente il senso di una eredità.
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Il cap. II del documento sottolinea come i termini diakonein e diakonos nel Nuovo Testamento siano «molto generici». In particolare At 6,1-6 «descrive l'istituzione dei "Sette" "per il servizio delle mense". La ragione è data da Luca con l'indicazione di una tensione all'interno della comunità: "Sorse un malcontento tra gli ellenisti (egeneto goggysmos) verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana" (At 6,1». Ma - osserva la CTI - «la ragione data per la designazione dei Sette eletti (le mormorazioni tra gli ellenisti) è in contraddizione con la loro attività com'è descritta successivamente da Luca. Non sappiamo nulla del servizio delle mense».
All'epoca della Didachè (prima del 130 d. C.) «i diaconi erano responsabili della vita della Chiesa riguardo alle opere di carità in favore delle vedove e degli orfani [. ..]. Le loro attività erano senza dubbio connesse con la catechesi e probabilmente anche con la liturgia. I dati su questo argomento però sono talmente succinti che è difficile dedurne quale fosse di fatto la portata delle loro funzioni». Sant'Ignazio di Antiochia, poi, nella Lettera ai cristiani di Smirne, scrive: «Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo [segue] il Padre, e i presbiteri come gli apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come la legge di Dio».
La Tradizione apostolica di Ippolito di Roma (morto il 235) «presenta per la prima volta lo statuto teologico e giuridico del diacono nella Chiesa. Egli lo annovera nel gruppo degli ordinati con l'imposizione delle mani (cheirotonein), opponendoli a coloro che nella gerarchia sono chiamati istituti. L'"ordinazione" dei diaconi è fatta unicamente dal vescovo. Tale vincolo definisce l'ampiezza dei compiti del diacono, che è a disposizione del vescovo per eseguirne gli ordini, ma che è escluso dalla partecipazione al consiglio dei presbiteri». «Riassumendo - prosegue la CTI - possiamo dire che, al di là
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del fatto dell'esistenza del diaconato in tutte le Chiese sin dall'inizio del Il secolo e del suo carattere di ordine ecclesiastico, i diaconi all'inizio svolgono dappertutto lo stesso ruolo, benché gli accenti posti sui diversi aspetti del loro" impegno siano distribuiti diversamente nelle varie regioni. Il diaconato raggiunge la sua stabilizzazione nel corso del IV secolo. [. ..Infatti il] sec. IV segna la conclusione del processo che ha condotto a riconoscere il diaconato come un grado della gerarchia ecclesiale, posto dopo il vescovo e i presbiteri, con un ruolo ben definito. Legato alla missione e alla presenza del vescovo, tale ruolo comprendeva tre compiti: il servizio liturgico, il servizio di predicare il Vangelo e di insegnare la catechesi, come anche una vasta attività sociale concernente le opere di carità e un'attività amministrativa secondo le direttive del vescovo».
Circa il ministero delle diaconesse, l'ultima sezione del cap. II afferma che «è veramente esistito un ministero di diaconesse che si è sviluppato in maniera diseguale nelle diverse parti della Chiesa. Sembra evidente che tale ministero non era inteso come il semplice equivalente femminile del diaconato maschile. Si tratta per lo meno di una funzione ecclesiale, esercitata da donne, talvolta menzionata prima del suddiacono nella lista dei ministeri della Chiesa. Tale ministero era conferito con un'imposizione delle mani paragonabile a quella con cui erano conferiti l'episcopato, il presbiterato e il diaconato maschile? n testo delle Costituzioni apostoliche lo lascerebbe pensare, ma si tratta di una testimonianza quasi unica, e la sua interpretazione è oggetto di intense discussioni. L'imposizione delle mani sulle diaconesse dev'essere equiparata a quella compiuta sui diaconi o si situa piuttosto nella linea dell'imposizione delle mani fatta sul suddiacono e sul lettore? E difficile dirimere la questione partendo dai soli dati storici».
Nel cap. III il documento esamina la progressiva scomparsa del diaconato permanente, il quale si trasforma in passaggio temporaneo verso il presbiterato, mentre nel sec. X sono del tutto scomparse le diaconesse. Infatti - osserva la CTI - la «storia dei ministeri mostra che le funzioni sacerdotali hanno avuto la tendenza ad assorbire le funzioni inferiori. Quando il cursus clericale si è stabilizzato, ogni grado possiede competenze supplementari in rapporto al grado inferiore: ciò che fa un diacono lo può fare anche un presbitero. Al vertice della gerarchia, il vescovo può esercitare la totalità delle funzioni ecclesiastiche. Questo fenomeno di concentrazione delle competenze e di sostituzione delle funzioni inferiori con quelle superiori, la frammentazione delle competenze originarie dei diaconi in molte funzioni subalteme clericalizzate, l'accesso alle funzioni superiori per gradum spiegano come il diaconato, in quanto ministero permanente, abbia perduto la sua ragion d'essere. Gli rimanevano soltanto i compiti liturgici esercitati ad tempus dai candidati al sacerdozio».
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Connessi al diaconato ci sono vari problemi complessi e di non facile soluzione, che richiamiamo per cenni. Sicuramente il diaconato è un ministero antichissimo, già presente nella Chiesa apostolica, e di grande rilevanza nei primi secoli. Un secondo punto concerne il fatto che Gesù, in modo diretto, istituì solamente il Collegio apostolico. Ma già Atti 6 attesta che gli Apostoli sentono il bisogno di avere alcuni collaboratori cui affidare il servizio delle mense. Una lunga tradizione vede in questo l'istituzione del ministero diaconale, benché oggi ciò non sia universalmente accettato. E comunque fuori discussione che la Chiesa, nell'arco dei secoli, ha sempre inteso l'istituzione della pienezza del ministero sacerdotale negli Apostoli congiunta alla potestà di individuare altre funzioni particolari.
Infine sta il fatto che il diaconato, importantissimo nei primi secoli, decadde progressivamente fino a ridursi a semplice grado temporaneo del cursus clericale; e che il Vaticano II intese riproporlo come ministero permanente. Nella Lumen gentium (n. 29) «la proposizione secondo la quale si impongono le mani ai diaconi "non ad sacerdotium, sed ad ministerium" diventerà un riferimento chiave per la comprensione teologica del diaconato. Tuttavia molti interrogativi sono rimasti aperti sino ai nostri giorni per le ragioni seguenti: la soppressione del riferimento al vescovo nella formulazione accettata, l'insoddisfazione di alcuni di fronte alla sua ambiguità, l'interpretazione data dalla Commissione, e la portata della distinzione stessa tra sacerdotium e ministerium». La Commissione dottrinale del Concilio si espresse in questi termini: significanti diaconos non ad corpus et sanguinem Domini o//erendum sed ad servitium caritatis in Ecclesia.
Il documento, dopo aver esaminato il motuproprio Ad pascendum (1972) di Paolo VI, prosegue: «In conclusione: se il Vaticano II ha parlato con prudenza ed ex obliquo della natura sacramentale del
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diaconato, non è stato solamente a causa della preoccupazione di non condannare nessuno, ma piuttosto a motivo dell"'incertitudo doctrinae". Dunque, per assicurare la natura sacramentale non basta né l'opinione maggioritaria dei teologi (c'era anche relativamente al suddiaconato), né la sola descrizione del rito dell'ordinazione (che occorre chiarire alla luce di altre fonti), né la sola imposizione delle mani (che può essere di natura non sacramentale».
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Come dunque dobbiamo intendere oggi questo servizio? «Quando si esaminano le statistiche disponibili - afferma la CTI nel cap. VI -, ci si rende conto dell'immensa disparità esistente nella ripartizione dei diaconi nel mondo. Su un totale di 25.122 diaconi ne11998, l'America del Nord ne conta da sola un po' più della metà, cioè 12.801 (50,9%), mentre l'Europa ne enumera 7.864 (31,3%): ciò rappresenta per i Paesi industrializzati del Nord del pianeta un totale di 20.665 diaconi (82,2%). Il rimanente 17,8% si suddivide così: America del Sud: 2.370 (9,4%); America Centrale e Antille: 1.387 (5,5%); Africa: 307 (1,22%); Asia: 219 (0,87%). L'Oceania chiude l'elenco con 174 diaconi, cioè lo 0,69% del totale. Un fatto non può non colpirci: il diaconato si è sviluppato soprattutto nelle società industriali progredite del Nord. Ciò non era stato affatto previsto dai Padri conciliari quando avevano chiesto una "riattivazione" del diaconato permanente. Si aspettavano piuttosto uno sviluppo rapido nelle giovani Chiese in Africa e in Asia, nelle quali la pastorale si appoggiava su un gran numero di catechisti laici. [...] Le statistiche ci permettono di intravedere che si è dovuto reagire a due situazioni molto diverse. Da una parte, la maggior parte delle Chiese nell'Europa Occidentale e nell'America del Nord hanno dovuto far fronte, dopo il Concilio, a una diminuzione molto forte del numero dei preti e hanno dovuto procedere a una riorganizzazione significativa dei ministeri. Dall'altra, le Chiese sorte in maggioranza dagli antichi territori di missione si erano date da molto tempo una struttura ricorrendo all'impegno di un gran numero di laici, i catechisti».
Avviandosi alla conclusione, nel cap. VII/2 il documento riafferma che «considerare il diaconato come una realtà sacramentale costituisce la dottrina più sicura e più coerente con la prassi ecclesiale. Se se ne negasse la sacramentalità, il diaconato costituirebbe una forma di ministero fondato sul battesimo; rivestirebbe un carattere funzionale, e la Chiesa godrebbe di una grande capacità di decisione relativamente alla sua instaurazione o alla sua soppressione, come pure alla sua configurazione concreta; in ogni caso godrebbe di una libertà di azione molto più ampia di quella che le è concessa sui sacramenti istituiti da Cristo. Negando così la sacramentalità, si farebbero scomparire i principali motivi che fanno del diaconato una questione teologicamente disputata. Ma tale, negazione ci condurrebbe ai margini della linea del Vaticano II. E dunque a partire dalla sua sacramentalità che si dovrà trattare degli altri problemi concernenti la teologia del diaconato».
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Per delineare una sintesi del documento possiamo ripartire da questo passaggio: «L'esercizio concreto del dia conato nei diversi ambienti contribuirà anche a definire la sua identità ministeriale, modificando, se necessario, un quadro ecclesiale nel quale il suo vincolo con il ministero del vescovo appare appena, e la figura del prete è identificata con la totalità delle funzioni ministeriali. A tale evoluzione contribuirà la coscienza viva che la Chiesa è "comunione". Tuttavia, gli interrogativi teologici relativi ai "poteri" specifici del diaconato potranno difficilmente trovare una soluzione soltanto attraverso la via pratica. [...] Così si possono osservare diverse proposte della teologia contemporanea che cercano di conferire al diaconato solidità teologica, accettazione ecclesiale e credibilità pastorale» {IV /2) .
Un elemento positivo è l'indicazione di una triplice determinazione del sacramento dell'ordine in episcopato, presbiterato e diaconato: ai primi due è collegata la presidenza dell'Eucaristia, mentre il terzo ha soltanto un accenno a una possibile presidenza liturgica {liturgia della parola, matrimonio, esequie). Ulteriore indicazione sufficientemente acquisita è la ripresentazione di Cristo capo e servo. Prezioso è anche il riferimento di tutto il sacramento dell'ordine e, in particolare, a modo suo proprio, del diaconato al bene di tutta la Chiesa {edificazione e missione), col tentativo di identificare un proprium non parcellizzato in singole direzioni {liturgia, carità, pastorale) ma sempre con uno sguardo unitario, ossia ai
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vari ambiti di organica attuazione dell'azione ecclesiale, che si avvale dei diversi elementi strutturanti l'azione della fraternità cristiana.
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La sacramentalità del diaconato va compresa nella prospettiva unitaria del sacramento dell'Ordine. La sacramentalità dell'Ordine consiste nel rendere presente Cristo che agisce nella persona del ministro che guida la Chiesa (capo), nello stile del servizio (servo) per condurre la Chiesa stessa (pastore), resa feconda con la parola e i sacramenti nel dono dello Spirito (sposo) verso i pascoli della vita eterna (escatologia), avendo compiuto la missione di evangelizzare l'umanità per l'edificazione del regno di Dio. L'Ordine, pur essendo un unico sacramento che abilita al ministero, assume diverse espressioni di attuazione del ministero stesso - episcopato, presbiterato e diaconato - non riducibili né sostituibili tra loro: agiscono in unità organica per mettere in grado la fraternità ecclesiale di edificarsi in corpo di Cristo e di compiere la missione ricevuta dallo stesso Cristo. La sacramentalità dell'Ordine trova la sua espressione fondamentale nella presidenza, a partire dall'Eucaristia, che costituisce la funzione sintetica e originante di tutta la vita e l'azione della Chiesa.
Ciascuna delle tre espressioni ne esercita con vera titolarità una esigenza: l'episcopato, con la sua presidenza dell'Eucaristia di tutta la fraternità ecclesiale diocesana, serve l'unità dell'azione dell'intero popolo di Dio che vive nella diocesi, nella diversità dei soggetti, nella varietà dei campi, nella molteplicità degli in1pegni individuati attraverso il discernin1ento pastorale comune. n presbiterato, con la presidenza dell'Eucaristia celebrata nelle molte localizzazioni della fraternità ecclesiale diocesana, serve - a somiglianza del vescovo e in unione con lui - l'attuarsi della Chiesa secondo l'esigenza e le possibilità dei diversi luoghi. n diaconato, infine, senza una presidenza dell'Eucaristia, ma a partire dall'Eucaristia presieduta dal vescovo o dal presbitero, esercita la responsabilità di mettere in opera o di curare l'attuazione {sia diretta, sia attraverso la valorizzazione operativa dei carismi e ministeri di altri) dell'azione ecclesiale nei suoi vari ambiti (prima evangelizzazione, educazione del cristiano, edificazione della fraternità ecclesiale, presenza efficace nella società) come collaboratore ordinato dell'ordine episcopale e dell'ordine presbiterale.
Ciò richiede il servizio del diaconato nelle azioni liturgiche (o in collaborazione con il vescovo e il presbitero, o per celebrazioni del battesimo, del matrimonio senza Eucaristia, esequie, celebrazioni della Parola), nelle azioni di educazione dei cristiani nella fede (itinerari catecumenali e di iniziazione cristiana, catechesi e formazione), nelle azioni di edificazione della fraternità ecclesiale (individuazione, formazione e valorizzazione dei carismi e ministeri dei battezzati, attuazione dei progetti diocesani e parrocchiali), nelle azioni di presenza nella cultura e nella società, di promozione e di solidarietà {nei molteplici campi individuati dalla evangelizzazione della cultura, dalla dottrina sociale e dalla sollecitudine verso le molte povertà).
* * *
Il documento ricorda opportunamente e in più luoghi che la teologia del sacramento dell'Ordine ha oscillato tra le diverse immagini che esprimono la ricchezza della persona di Cristo nel voler indicare riferimenti specifici per le diverse attuazioni: capo, pastore, sposo, servo. Le prime tre sono state preferibilmente collegate con l'episcopato e il presbiterato, mentre l'ultima per lo più con il diaconato, anche se non manca - sia nelle elaborazioni teologiche sia negli insegnamenti del Magistero - il riferimento del presbiterato e dell'episcopato a Cristo servo e del diaconato a Cristo capo. In realtà, occorre recuperare il riferimento di ogni espressione ministeriale alla persona completa del Cristo, poiché le diverse caratteristiche non sono aggiuntive l'una all'altra, ma indicano un'articolazione interna e una finalizzazione dell'opera del Cristo e, quindi, di chi ne è strumento sacramentale, ciascuno, nel modo che gli è proprio, per rendere presente Cristo nella sua interezza.
Nel documento si parla spesso del diaconato permanente come la forma da recuperare e riesprimere oggi nella Chiesa. In proposito è importante richiamare quanto lo stesso documento sottolinea nella Conclusione: «Il diaconato, per il suo modo di partecipare all'unica missione di Cristo, realizza sacramentalmente questa missione come servizio ausiliario». Pur nella sua peculiarità inconfondibile, esso «mantiene, proprio in quanto tale, un legame costitutivo col ministero sacerdotale, al quale presta il
La Civiltà Casttolica IL DIACONATO Espressione del sevizio nella Chiesa
15_03_2003
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proprio servizio (cfr Lumen gentium, n. 41). Non è un servizio qualsiasi che è attribuito al diacono nella Chiesa: il suo servizio appartiene al sacramento dell'Ordine in quanto collaborazione stretta con il vescovo e con i presbiteri, nell'unità della medesima attualizzazione ministeriale della missione di Cristo». Il catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1554) cita sant'Ignazio di Antiochia: «Tutti riveriscano i diaconi come Gesù Cristo, come pure il vescovo, che è l'immagine del Padre e i presbiteri come il senato di Dio e come l'assemblea degli apostoli: senza di loro non si può parlare di Chiesa».
Circa le diaconesse il documento fa un rapido accenno nella conclusione, rimandando al discernimento del Magistero un pronunciamento su1l'intera questione: «Per quel che riguarda l'ordinazione delle donne al diaconato, conviene notare due indicazioni importanti che emergono da quanto è stato sin qui esposto: 1) le diaconesse di cui si fa menzione nella Tradizione della Chiesa primitiva - secondo ciò che suggeriscono il rito di istituzione e le funzioni esercitate - non sono puramente e semplicemente assimilabili ai diaconi; 2) l'unità del sacramento dell'Ordine, nella chiara distinzione tra i ministeri del vescovo e dei presbiteri da una parte, e il ministero diaconale dall'altra, è fortemente sottolineata dalla Tradizione ecclesiale, soprattutto nella dottrina del Concilio Vaticano II e nell'insegnamento postconciliare del Magistero. Alla luce di tali elementi posti in evidenza dalla presente ricerca storico-teologica, spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione».
E il documento così si conclude: «Al di là di tutti i problemi che solleva il diaconato, è bene ricordare che dopo il Concilio Vaticano II la presenza attiva di questo ministero nella vita della Chiesa suscita, in memoria dell'esempio di Cristo, una coscienza più viva del valore del servizio per la vita cristiana».
La Civiltà Cattolica
giovedì 1 gennaio 2009
Il Diaconato in Italia-Il Diacono Nell' Evangelizzazione
Nelle parrocchie il ministero diaconale esprime la sua identità?
Gaetano Marino
La Chiesa è maestra ed i vescovi continuamente attraverso documenti danno importanti input per proseguire un cammino di fede. Nella presentazione del documento della CEI, “Educare alla vita buona del vangelo”, troviamo: “La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione”, un proiettarsi attraverso una significativa valenza educativa. Al n. 34 è riportato che la formazione dei seminaristi, dei diaconi e dei presbiteri al ruolo di educatori assume particolare importanza per ogni battezzato.
Prima di inoltrarci ulteriormente su quanto riporta il citato documento CEI è opportuno leggere ciò che il Concilio Vaticano II al n. 29 ha detto dei diaconi. “I diaconi, ai quali sono imposte le mani «non per il sacerdozio, ma per il servizio» …, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella «diaconia» della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione con il vescovo e con il suo presbiterio. È ufficio del diacono, secondo le disposizioni della competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura”.
Possiamo dire che nella diaconia liturgica il diacono ha un ruolo indispensabile, pertanto, l'esercizio di questi uffici si può dividere in: sacramenti, sacramentali e preghiera. Nell’amministrare solennemente il battesimo, egli battezza il fedele mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, nella morte e risurrezione di Cristo, per farlo nuova creatura. E’ mandato per il ministero della parola nell'evangelizzazione e catechesi, suscitando interesse, conversione e fede. Nella celebrazione eucaristica proclama il vangelo e pone al sacerdote celebrante ciò che è necessario al sacrificio eucaristico. Inoltre, poiché l'Eucaristia deve inserirsi nell'esistenza storica delle persone fino a suscitare un passaggio da un’assemblea passiva ad una attiva, la mediazione del diacono diventa preziosa nella preghiera dei fedeli assumendo i bisogni e le speranze della comunità; nello scambio della pace segno di riconciliazione fraterna; nella distribuzione della santa comunione esprimendo la partecipazione dell'assemblea alla celebrazione eucaristica, il congedo come missione del credente che dall'Eucaristia riceve la spinta verso il mondo portando e trasmettendo i segni benefici della grazia ricevuta. Egli, quando riceve la facoltà da parte del parroco e dell'Ordinario del luogo, presiede la benedizione
nuziale in nome della Chiesa. E’ ministro dei sacramentali, cioè di quei “segni sacri
per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per
impetrazione della Chiesa, vengano ottenuti effetti soprattutto spirituali” (Codex Iuris
Canonici, 1983, n. 1116), può impartire le benedizioni che gli sono espressamente
consentite dal diritto; è ministro ordinario dell'esposizione del santissimo Sacramento
e della benedizione eucaristica, spetta a lui inoltre, presiedere le esequie celebrate
senza la S. Messa e il rito di sepoltura, e poiché il diacono esercita il suo ministero sia
all’interno che all’esterno della parrocchia, nel Rituale Romanum può trovare
preghiere di benedizioni adatte alle diverse circostanze: benedizione ai bambini, a
persone anziane, ammalati, alle famiglie ecc. E’ chiamato ad essere l'uomo della
preghiera con, per e tra la gente, per questo celebra la liturgia delle ore con cui tutto il
Corpo Mistico si unisce alla preghiera che Cristo Capo eleva al Padre, egli si nutre
spiritualmente dei salmi, delle letture e delle omelie dei Padri.
Nella diaconia della parola legge la sacra Scrittura ai fedeli, istruisce ed educa il
popolo. Questo ufficio è il principale ministero del diacono, non in assoluto, è la
missione essenziale della Chiesa, che favorisce la partecipazione non solo di chi fa
parte di essa, ma anche di chi è lontano. Egli si colloca vicino al presbitero, come
garante della fedeltà dell'annuncio, e vicino ai laici come modello, testimone, guida
all'incarnazione della Parola e attraverso questa funzione diventa punto di
riferimento tra le diverse realtà socio-culturali in cui l'omelia fa emergere bisogni,
attese, difficoltà della gente.
Nella diaconia della carità è importante sottolineare due aspetti di questo
servizio, che, non è mai presentato come esclusivo, proprio, indipendente, ma è
sempre compiuto in nome, in vece e sotto la direzione del vescovo e del presbiterio,
ed è sempre legato alla celebrazione dell'Eucaristia. Sulla scia di questo prezioso
agire della Chiesa, si è creato un rapporto tra la consacrazione dell' Eucaristia e la
risposta al bisogno dei fedeli, dove il diacono si trova in una posizione intermedia.
Quindi il ministero della carità nasce e si sviluppa nella consacrazione eucaristica, per
il diacono, si manifesta e si consuma nel soccorso ai bisognosi e nella continua
formazione dell'unità cristiana. Questo inscindibile legame tra l'altare e il servizio ai
bisognosi fa del diacono un “sacramento” vivente, segno di Cristo che passa
operando il bene.
Ritornando al documento CEI – Educare alla buona vita del vangelo – si
definisce: “La catechesi, primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua
missione evangelizzatrice”; “La liturgia scuola permanente di formazione attorno al
Signore risorto”; “La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi di tutti il volto
di una comunità che testimonia la comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola
dei poveri e degli ultimi, impara a riconoscere la presenza di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel carcerato, nell’ammalato e in ogni bisognoso”. Quindi, Il documento dei vescovi associa le tre caratteristiche – la catechesi – la liturgia – la carità, che sono anche le tre caratteristiche della vita parrocchiale. Questo significa che il diacono deve essere inserito nella Comunità parrocchiale, se c’è questa sensibilità l’identità propria del diacono è nell’evangelizzazione, che deve essere vissuta tenendo conto della presenza delle emergenze educative che i vescovi hanno messo in evidenza nel territorio, incontrando l’uomo nella sua specifica e reale condizione di vita.
Gaetano Marino
La Chiesa è maestra ed i vescovi continuamente attraverso documenti danno importanti input per proseguire un cammino di fede. Nella presentazione del documento della CEI, “Educare alla vita buona del vangelo”, troviamo: “La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione”, un proiettarsi attraverso una significativa valenza educativa. Al n. 34 è riportato che la formazione dei seminaristi, dei diaconi e dei presbiteri al ruolo di educatori assume particolare importanza per ogni battezzato.
Prima di inoltrarci ulteriormente su quanto riporta il citato documento CEI è opportuno leggere ciò che il Concilio Vaticano II al n. 29 ha detto dei diaconi. “I diaconi, ai quali sono imposte le mani «non per il sacerdozio, ma per il servizio» …, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella «diaconia» della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione con il vescovo e con il suo presbiterio. È ufficio del diacono, secondo le disposizioni della competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura”.
Possiamo dire che nella diaconia liturgica il diacono ha un ruolo indispensabile, pertanto, l'esercizio di questi uffici si può dividere in: sacramenti, sacramentali e preghiera. Nell’amministrare solennemente il battesimo, egli battezza il fedele mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, nella morte e risurrezione di Cristo, per farlo nuova creatura. E’ mandato per il ministero della parola nell'evangelizzazione e catechesi, suscitando interesse, conversione e fede. Nella celebrazione eucaristica proclama il vangelo e pone al sacerdote celebrante ciò che è necessario al sacrificio eucaristico. Inoltre, poiché l'Eucaristia deve inserirsi nell'esistenza storica delle persone fino a suscitare un passaggio da un’assemblea passiva ad una attiva, la mediazione del diacono diventa preziosa nella preghiera dei fedeli assumendo i bisogni e le speranze della comunità; nello scambio della pace segno di riconciliazione fraterna; nella distribuzione della santa comunione esprimendo la partecipazione dell'assemblea alla celebrazione eucaristica, il congedo come missione del credente che dall'Eucaristia riceve la spinta verso il mondo portando e trasmettendo i segni benefici della grazia ricevuta. Egli, quando riceve la facoltà da parte del parroco e dell'Ordinario del luogo, presiede la benedizione
nuziale in nome della Chiesa. E’ ministro dei sacramentali, cioè di quei “segni sacri
per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per
impetrazione della Chiesa, vengano ottenuti effetti soprattutto spirituali” (Codex Iuris
Canonici, 1983, n. 1116), può impartire le benedizioni che gli sono espressamente
consentite dal diritto; è ministro ordinario dell'esposizione del santissimo Sacramento
e della benedizione eucaristica, spetta a lui inoltre, presiedere le esequie celebrate
senza la S. Messa e il rito di sepoltura, e poiché il diacono esercita il suo ministero sia
all’interno che all’esterno della parrocchia, nel Rituale Romanum può trovare
preghiere di benedizioni adatte alle diverse circostanze: benedizione ai bambini, a
persone anziane, ammalati, alle famiglie ecc. E’ chiamato ad essere l'uomo della
preghiera con, per e tra la gente, per questo celebra la liturgia delle ore con cui tutto il
Corpo Mistico si unisce alla preghiera che Cristo Capo eleva al Padre, egli si nutre
spiritualmente dei salmi, delle letture e delle omelie dei Padri.
Nella diaconia della parola legge la sacra Scrittura ai fedeli, istruisce ed educa il
popolo. Questo ufficio è il principale ministero del diacono, non in assoluto, è la
missione essenziale della Chiesa, che favorisce la partecipazione non solo di chi fa
parte di essa, ma anche di chi è lontano. Egli si colloca vicino al presbitero, come
garante della fedeltà dell'annuncio, e vicino ai laici come modello, testimone, guida
all'incarnazione della Parola e attraverso questa funzione diventa punto di
riferimento tra le diverse realtà socio-culturali in cui l'omelia fa emergere bisogni,
attese, difficoltà della gente.
Nella diaconia della carità è importante sottolineare due aspetti di questo
servizio, che, non è mai presentato come esclusivo, proprio, indipendente, ma è
sempre compiuto in nome, in vece e sotto la direzione del vescovo e del presbiterio,
ed è sempre legato alla celebrazione dell'Eucaristia. Sulla scia di questo prezioso
agire della Chiesa, si è creato un rapporto tra la consacrazione dell' Eucaristia e la
risposta al bisogno dei fedeli, dove il diacono si trova in una posizione intermedia.
Quindi il ministero della carità nasce e si sviluppa nella consacrazione eucaristica, per
il diacono, si manifesta e si consuma nel soccorso ai bisognosi e nella continua
formazione dell'unità cristiana. Questo inscindibile legame tra l'altare e il servizio ai
bisognosi fa del diacono un “sacramento” vivente, segno di Cristo che passa
operando il bene.
Ritornando al documento CEI – Educare alla buona vita del vangelo – si
definisce: “La catechesi, primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua
missione evangelizzatrice”; “La liturgia scuola permanente di formazione attorno al
Signore risorto”; “La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi di tutti il volto
di una comunità che testimonia la comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola
dei poveri e degli ultimi, impara a riconoscere la presenza di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel carcerato, nell’ammalato e in ogni bisognoso”. Quindi, Il documento dei vescovi associa le tre caratteristiche – la catechesi – la liturgia – la carità, che sono anche le tre caratteristiche della vita parrocchiale. Questo significa che il diacono deve essere inserito nella Comunità parrocchiale, se c’è questa sensibilità l’identità propria del diacono è nell’evangelizzazione, che deve essere vissuta tenendo conto della presenza delle emergenze educative che i vescovi hanno messo in evidenza nel territorio, incontrando l’uomo nella sua specifica e reale condizione di vita.
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